L’Onu riabilita 14 taleban

Le aperture al negoziato del governo Obama mirano a favorire il dialogo con gli islamisti moderati

AFGHANISTAN Un gruppo di dirigenti cancellati dalla lista nera, con la benedizione Usa

Giuliano Battiston - il manifesto Sergio Segio • 17/7/2011 • Guerre, Armi & Terrorismi • 155 Viste

 Il via libera, di quelli che contano, è arrivato dagli Stati Uniti, anche se l’atto formale è del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ieri ha cancellato dalla Lista nera dell’Onu 14 esponenti di primo piano del passato governo taleban. Istituita con la risoluzione 1267 già  nel 1999, al tempo dell’Emirato islamico d’Afghanistan, e poi confermata dopo l’attacco alle Torri gemelle, la lista prevede per gli «iscritti» il congelamento dei beni, il divieto di viaggiare e l’embargo sulle armi.

La decisione di «sfoltirla» era nell’aria: da tempo il governo Karzai premeva sulle Nazioni Unite, e sull’alleato americano, affinché ci fosse un gesto di forte apertura simbolica verso i membri della leadership taleban che avevano rinunciato alle posizioni più radicali. E alcuni ex esponenti di primo piano della vecchia guardia degli studenti coranici erano stati espliciti: sia il mullah Muttawakil, già  portavoce del mullah Omar e ministro degli Esteri dell’Emirato, sia il mullah Zaeef, ambasciatore in Pakistan, avevano più volte ripetuto che un gesto simile sarebbe stato un atto incoraggiante per ogni eventuale dialogo negoziale. Perché avrebbe contribuito a restituire all’Onu, criticata per l’eccessivo sbilanciamento verso l’Isaf (la missione militare a guida Nato), un po’ di neutralità , necessaria per meritarsi il ruolo di mediatore neutrale nel negoziato politico.
Negli ultimi tempi, seguendo le «aperture» al negoziato degli Stati Uniti, l’Onu sembra aver deciso di compiere qualche passo in questa direzione: appena un mese fa, il 17 giugno, il Consiglio di sicurezza aveva votato all’unanimità , sulla spinta proprio degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, una risoluzione che distingueva le sanzioni imposte ai membri di al Qaeda da quelle imposte ai taleban, attraverso la creazione di due diverse liste: da una parte 235 qaedisti, dall’altra 137 taleban, e di quest’ultimi si sarebbe dovuta occupare una nuova commissione creata ad hoc, l’«Afghanistan taliban sanctions committee». A giugno era stata l’ambasciatrice statunitense all’Onu, Susan Rice, a sostenere che quella risoluzione era «un chiaro messaggio ai taleban: c’è futuro per quanti si separano da al Qaeda». Ieri è stata invece la volta di Peter Wittig, ambasciatore tedesco a Kabul e portavoce del Comitato sulle sanzioni ai taleban, per il quale «il messaggio è chiaro: impegnarsi per la pace è conveniente. Tutti gli afghani sono incoraggiati a unirsi a questi sforzi».
Tra i 14 nomi depennati, solo 4 sono stati resi noti, e fanno tutti parte dell’Alto consiglio di pace, l’organo istituito da Karzai per favorire il dialogo con i movimenti antigovernativi. Tra questi, Faqir Mohammad, uomo dell’establishment taleban non di primissimo ordine e Sayeedur Rahman Haqani, già  ministro delle miniere quando a governare l’Afghanistan erano gli studenti coranici. Ma soprattutto Mullah Arsala Rahmani e Habibullah Fawzi.
Come nota in un paper pubblicato alcuni mesi fa lo studioso Thomas Ruttig, di Afghanistan Analysts Network, entrambi sono esponenti di primo piano di Khuddam ul-Furqan, «un gruppo islamista fondato già  negli anni 60, molto prima che emergesse il movimento taleban, alla cui formazione hanno contribuito». Ed entrambi si sono dati molto da fare per favorire il processo di riconciliazione: il primo, Mullah Arsala Rahmani, voluto senatore da Karzai nel 2005, ministro dell’Educazione sia nel governo pre-taleban di Burhanuddin Rabbani che nel successivo governo degli studenti coranici, si è speso molto negli ultimi mesi affinché la Nato e gli Stati Uniti garantissero l’immunità  per quegli esponenti taleban diretti a tavoli di confronto politico in paesi terzi come l’Arabia Saudita e la Turchia, e ha chiesto più volte che dalla lista nera venissero eliminati diversi nomi.
Il secondo, Habibullah Fawzi, potente ambasciatore taleban in Arabia Saudita, è stato forse il primo dei vecchi taleban a parlare pubblicamente, già  nel 2005, «della necessità  di un processo politico in grado di ottenere una comprensione reciproca tra gruppi etnici diversi, sulla base dei principi islamici e dei valori afghani». Quello dell’Onu è dunque un «segnale forte» come dichiarato da Peter Wittig. Non abbastanza però perché sulle catene dell’Hindu Kush si smetta di combattere.

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