Niente tasse ai tea party

La discussione alla Casa bianca è durata ieri mattina meno di un’ora. Era stato un nervoso presidente Barack Obama a invitare i delegati dei Rappresentanti e dei Senatori, repubblicani e democratici: «Qualcuno venga a spiegarmi come si evita il fallimento dell’America». A discutere erano in quattro, non contando il padrone di casa: vi erano lo speaker repubblicano della Camera John Boenher, Nancy Pelosi, democratica, che aveva svolto lo stesso ruolo fino all’inizio di quest’anno e poi i due leader del Senato, il repubblicano Mitch McConnell e il democratico Harry Reid. Nessun comunicato alla fine, una dichiarazione di Boenher con la promessa di una ricerca di soluzione bipartisan «per preservare la fiducia e il credito degli Stati uniti». Domani, lunedì, il confronto riprenderà  in qualche forma. Nel frattempo gli sherpa di Washington faranno il loro lavorio e una soluzione, per quanto difficile, verrà  trovata, tanto più che intorno alle sedi del potere già  svolazzano gli avvoltoi delle case di rating che potrebbero abbassare la valutazione dei titoli di debito americani, spingendo il Tesoro americano al fallimento e la finanza globale al collasso.
Tutto sembra ridursi a un duello tra il presidente e Boenher: questi chiede con forza di tagliare la spesa sociale, senza aumentare le tasse, mentre Obama vorrebbe salvare quanto più è possibile la sua legislazione a favore degli anziani e della copertura sanitaria allargata per la popolazione; un atteggiamento solidale quest’ultimo e pertanto inviso alla destra repubblicana che controlla una parte preponderante degli eletti attraverso il circuito dei tea party. Gente convinta che nessuno debba disporre di più di quello che è in grado di pagarsi con denaro proprio o al massimo con il credito che qualche banca gli ha concesso.
Tasse o tagli. Il presidente propone una via di mezzo, un compromesso, pur nel dissenso di Pelosi e Reid che cercano di presidiare le conquiste, già  molto sacrificate, dei primi anni del mandato di Obama; d’altro canto il suo avversario difende i vantaggi che la lunga presidenza Bush ha offerto ai redditi più alti, con notevoli sgravi fiscali e possibilità  di elusione. In questo caso la semplice ideologia è quella che ciascuno deve avere la possibilità  di diventare molto ricco. Un ricco, meglio un super ricco, non può che essere un beneficio per tutta la società ; in ogni caso serve da sprone e da esempio.
Le cifre sono ballerine. Obama offre un taglio di 1.000 miliardi nelle spese, compresa la difesa e altri 650 miliardi in spese sociali tra Medicare, contributi agli agricoltori e ai programmi scolastici. Boehner vuole di più, per evitare che il resto che manca venga pescato nelle tasche dei ricchi, ai quali Obama vorrebbe arrivare per dare alla manovra una vernice di giustizia sociale.
Un rapido accordo tra repubblicani e presidente è indispensabile perché entro il 2 agosto deve essere aumentato il limite insuperabile del debito pubblico, fissato in 14.300 miliardi di dollari, mentre le previsioni per il 2011 superano quella soglia di 1.000 miliardi almeno. I repubblicani che controllano la Camera dei rappresentanti sono disposti a farlo solo sulla base di un accordo di ferro con Obama che comprenda la riduzione drastica della spesa sociale. Sanno che Obama è contrario e lo spiegano con le elezioni presidenziali del 2012, cui Obama vorrebbe presentarsi – dicono loro – con elargizioni ai suoi elettori per non rischiare la sconfitta. Così gli ideali della destra rigorosa, senza pietà  per i perdenti della società , si involgariscono nel fine di ostacolare la rielezione del presidente in carica.
La crescita del debito pubblico è stata inarrestabile nel corso di un quarantennio. Carter nel 1980 aveva consegnato un debito di 1.000 miliardi a Reagan che in due mandati presidenziali lo aveva triplicato. Bush padre passò da 3 a 4.000 miliardi. Clinton aveva frenato un po’, arrivando in due mandati a circa 5.500 miliardi. Bush figlio aveva ripreso una crescita veloce: in otto anni aveva portato il debito a 10.000 miliardi. Obama aveva sfiorato i 12.000 nel suo primo anno e superato ampiamente i 13.000 nel secondo. Dopo di che, i repubblicani avevano conquistato la Camera dei rappresentanti e chiesto di rivedere i conti. In effetti l’anno prossimo, se non si prenderanno provvedimenti (e l’economia non ripartirà  alla grande) il debito pubblico dovrebbe superare il 100 per cento del Pil, una soglia considerata molto pericolosa. Noi italiani, come i giapponesi, sappiamo che se il debito supera il pil, la vita continua.


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