Quel clima torbido che ritorna tra paure, rancori, scandali e ricatti

by Sergio Segio | 18 Luglio 2011 15:12

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Torbide furono, eccome, nel 1978, le otto settimane che intercorsero tra il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Torbidi i tempi della P2 in auge, e pure quelli della P2 in declino dopo la scoperta delle liste di Castiglion Fibocchi. E torbida, assai più torbida di quanto dicano le cronache allegramente entusiaste dell’epoca, fu pure la stagione di Tangentopoli. Si potrebbe continuare a lungo, fermiamoci qui.
Limitandoci a registrare che l’aggettivo in questione, sebbene desueto, si addice bene anche a una situazione (la nostra) in cui la stessa Camera approva in tempi da record manovra e fiducia, si prepara a votare sull’arresto di un deputato, ma soprattutto sfoglia ansiosa la margherita per capire non tanto se, ma quando esploderà  il caso dei casi, il super «incidente» giudiziario destinato a togliere di mezzo un governo che non sta più in piedi e ad aprire la strada a un qualche governo tecnico (non è una novità : nell’estate del ’ 64 si invocava Cesare Merzagora) o a chissà  cosa. Saranno pure chiacchiere da Transatlantico. Ma pure il fatto che il Transatlantico di questo chiacchieri, la dice lunga sull’aria (pessima) che tira. Tutti, ultimi giapponesi a parte, capiscono benissimo che siamo alla fine non solo di un governo o di una maggioranza, ma di un ciclo quasi ventennale della vita nazionale. Nessuno ha la minima idea su come governarla per evitare che si risolva in catastrofe. E comunque non potrà  reggere all’infinito una situazione in cui Giorgio Napolitano è costretto a fare insieme il presidente della Repubblica, il capo del governo e il capo dell’opposizione.
Ci si chiede da più parti se non sia in arrivo (questione di giorni, forse di ore) una seconda Tangentopoli, e si prova a ragionare sulle analogie e sulle differenze tra la bufera di allora e quella che potrebbe scatenarsi adesso. Sono interrogativi e ragionamenti legittimi e magari doverosi. A condizione, però, che questo interrogarsi, e questo ragionare, non vertano pressoché solo sullo scontro tra il potere politico, persino più debole di quello di allora, e la magistratura, o una parte importante della magistratura, che oggi più di allora di questa debolezza si farebbe forte per sferrare i suoi colpi. Non perché questo scontro non ci sia, ovviamente, ma perché questo scontro non spiega tutto.
Lasciamo agli storici il compito di studiarne i perché: ma nella Seconda (si fa per dire) Repubblica come nella Prima, e anzi di più perché sembrano non esserci anticorpi, le crisi politiche minacciano sempre di trascolorare in crisi di regime. Con tutto quello che ne consegue. «P2, P3, P4… P38» , snocciolava polemico Marco Pannella, quando esplose fragorosamente il caso della loggia coperta di Gelli. All’epoca, c’era contezza solo della prima e dell’ultima, la pistola preferita dai terroristi, ma non è questo il punto: Pannella, nel suo particolarissimo stile, chiamava in causa, con la P2, tutta la rete dei poteri occulti, irresponsabili, trasversali, il loro peso negli apparati e in gangli decisivi dello Stato, la loro capacità  di condizionamento nei confronti della politica, le loro alleanze, le loro guerre intestine. Storie dell’altroieri? A leggere, per esempio, della cosiddetta P4, che qualsiasi possa essere il rilievo penale della faccenda è sicuramente qualcosa di più concreto di una felice immagine pannelliana, parrebbe di no.
Non c’è bisogno di essere fautori di teorie sbilenche, come quella del doppio Stato, per prendere atto che sotto la scorza sempre più esile della politica visibile, c’è un mondo brulicante di interessi e di poteri (non necessariamente invisibili) che con questo o quel pezzo di una politica in vistoso deficit sia di decisione sia di rappresentanza ha instaurato fitti rapporti di scambio. In tempi per così dire normali, non ci sarebbe da sorprendersene troppo: non sarà  bello dirlo, però il sottobosco politico e di potere c’è sempre stato sotto ogni cielo, e probabilmente sempre ci sarà , tutto o quasi sta nel tenerlo sotto controllo e nel fissare bene i paletti perché non strabordi. Ma in tempi calamitosi (verrebbe da dire: in tempi torbidi), quando può scattare l’allarme rosso del si salvi chi può, e agli allarmi cominciano a subentrare i ricatti, il rischio, mortale, diventa quello della guerra di tutti contro tutti. In passato, quando di politica ce n’era anche troppa, lo si è sempre evitato, magari in extremis, e pagando prezzi salati. C’è da sperare che sarà  così anche adesso che la politica latita. Ma non c’è da esserne troppo sicuri

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