Ruby, il processo resta a Milano

MILANO – Nessuna via d’uscita geografica per Silvio Berlusconi: il processo Ruby non girerà  come un fantasma tra Monza e il Tribunale dei ministri, ma si celebra senza privilegi a Milano. Dopo l’estate, il 3 ottobre, cominciamo le udienze a porte aperte: il premier è l’imputato unico.
Ieri mattina le sedici presunte contromosse, lanciate dalla difesa, sono state azzerate dal tribunale in un’ordinanza minuziosa, lunga 29 pagine, lette con voce piana dal presidente Giulia Turri. Per oltre un’ora e quaranta minuti, in punta di diritto e di logica giudiziaria, le «eccezioni» berlusconiane sono state ridotte in pezzi dalla quarta sezione penale. E, nell’attesa immancabile d’altre battaglie formali, un fatto è certo: Silvio Berlusconi e Karima El Mahroug, che s’erano visti ad Arcore in ben dieci date, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010, la prossima volta si rivedranno in un pubblico tribunale.
Sempre nell’aula di giustizia, sentiremo i racconti in presa diretta dei detective che hanno svolto le indagini. Vedremo le show girl che andavano ad Arcore in cambio di denaro e ancora lo negano. Ascolteremo anche le altre invitate che, sconvolte e stupite, hanno invece descritto il bunga bunga e quel clima ossessivo, ripetitivo, claustrofobico nelle feste di Villa Casati Stampa. E non mancherà  Flavio Briatore: era teste a discarico del premier, dovrà  spiegare in aula come mai, in una famosa intercettazione con il sottosegretario Daniela Santanché, diceva in sostanza che «Ha ragione sua moglie Veronica, Silvio è malato».
Il premier deve, come si sa, rispondere di due accuse. La prima: aver telefonato in questura di notte per ottenere il rilascio (indebito) di una minorenne marocchina, «trasformata» come per magia in egiziana e in nipote del presidente Moubarak (concussione). La seconda: aver voluto nascondere, grazie alla telefonata, i suoi molto poco limpidi rapporti con la ragazza (reato: atti sessuali con minore, prostituzione minorile). Gli avvocati s’erano dati da fare per sbriciolare indizi e competenze, il risultato delle loro acrobazie procedurali è stato però catastrofico.
Secondo i giudici milanesi, il comportamento di Berlusconi non è affatto questione da tribunale dei ministri: non esiste infatti alcun nesso tra quelle che sono le «prerogative istituzionali e funzionali proprie del presidente del consiglio» e la sua telefonata alla questura. Procura e gip hanno svolto secondo la legge il loro lavoro e non tocca nemmeno a Monza, nel cui territorio ci sono Arcore, giudicare il senso di quelle notti a gettone.
Il reato di concussione scatta quando Berlusconi ottiene il favore indebito: quando, cioè, la ragazza minorenne esce dalla questura (è in via Fatebenefratelli, pieno centro). Siccome la concussione è il reato più grave, «attrae» tutti gli altri, quindi la competenza non può essere trasferita a Monza. E se le cose stanno così, nessun «vizio» esiste – come sostenevano ancora gli avvocati – nella richiesta di giudizio immediato, fortemente voluta da Ilda Boccassini, o nelle modalità  delle intercettazioni telefoniche, curate dal pm Antonio Sangermano.
L’unico appiglio? Imbarazzante: la nullità  della notifica dell’invito a comparire a Berlusconi. Ma erano stati gli stessi avvocati a mettersi d’accordo con i magistrati. E a voler ricevere l’atto giudiziario, poi contestato, da un funzionario di polizia, e proprio in una delle case romane di Berlusconi. «La difesa – rimarcano i giudici – ha omesso qualsiasi riferimento a tale asserito accordo». E una simile nullità , «come da prassi costante», viene sanata.
All’avvocato veneto Niccolò Ghidini non resta ieri che il lamento «politico» ex extra-processuale. Parla di un’ordinanza «Fuori da ogni logica», ma «siamo abituati al tribunale di Milano». Mentre da Roma altri colleghi parlamentari gli danno man forte con varie dichiarazioni anti-magistrati, Ghidini promette che l’imputato Berlusconi «affronterà  il processo» e che non c’è per ora l’idea di chiedere sospensioni. E insiste: l’unico luogo dove si potrà  discutere, aggiunge, sarà  la Cassazione, dove sciogliere «le gravissime violazioni di legge su cui i giudici oggi non hanno dato risposta». Invece la risposta c’è stata, e anche puntigliosa: non a favore di Berlusconi, ma dell’impostazione sostenuta dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati.


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