Vigneti, centrali elettriche, hotel a 4 stelle il “manager di Dio” è affondato nei debiti

MILANO. Dio e Silvio Berlusconi. Un ospedale modello, il San Raffaele, ma pure hobby costosi come un aereo privato (10 milioni di perdite nel 2009), mille ettari di piantagioni di mango e uva in Brasile e un hotel quattro stelle di fronte allo splendido mare della Sardegna.
La Don Verzè Spa è una galassia costruita a immagine e somiglianza del suo padre-padrone: mille business e decine di vulcaniche iniziative costruite senza badar troppo ai confini tra sacro e profano. Più due costanti: l’asse di ferro con il premier («un dono di Dio all’Italia») e i sogni di grandezza del 91enne Don Luigi, affondati oggi in un miliardo di debiti. «Quelli – diceva lui fino a poco tempo fa – sono un problema del mio azionista di maggioranza, il Signore». In qualche modo è stato preveggente: a raccogliere i cocci del suo ex-impero sarà  il Vaticano, sceso in campo con lo Ior per evitare un crac che la Santa sede – ancor prima del drammatico suicidio di Mario Cal – vuol evitare a tutti i costi.
Il tracollo della Fondazione Monte Tabor, la misteriosa cassaforte di Don Verzè, ha una spiegazione da manuale di ragioneria: il sacerdote veneto ha fatto il passo molto più lungo della gamba, spendendo soldi che non aveva in tasca. Il primo colpo basso risale al 2000 quando il mancato accreditamento per il San Raffaele di Roma – «un sadico esproprio di Rosy Bindi» il suo sobrio commento – ha aperto un buco da 110 milioni nei conti. Una batosta del genere avrebbe indotto chiunque alla prudenza. Non il “manager di Dio”. Don Luigi ha tirato dritto. Aprendo nuovi ospedali, certo, ma lanciandosi pure in business più “terreni” come l’immobiliare, la produzione d’energia a Vimodrone e l’aeronautica in Nuova Zelanda. E concedendosi di tanto in tanto qualche sfizio come l’Arcangelo Gabriele in vetroresina (altezza 8,3 metri, costo 2,5 milioni) che dall’alto del Cupolone del San Raffaele domina benedicente il traffico della tangenziale est di Milano.
Morale: solo tra il 2005 e il 2010 Don Verzè ha varato investimenti per 600 milioni mentre il business ospedaliero, malgrado i puntualissimi rimborsi garantiti dalla regione Lombardia di Roberto Formigoni, ha garantito solo 379 milioni di liquidità . Non solo: le sue pirotecniche diversificazioni si sono rivelate un clamoroso flop, costato nel 2010 altri 17 milioni di perdite. Per tenere in piedi questo castello di carte serviva davvero un miracolo. Che, naturalmente, non è arrivato. Il San Raffaele ha smesso di pagare i fornitori (i debiti scaduti sono quasi 400 milioni) e a fare il miracolo dovrà  provarci ora il Vaticano.
L’amico di sempre, il Cavaliere, ha preferito lasciare il pallino allo Ior. Un miliardo di debiti sono troppa roba persino per lui. «Che tra l’altro non mi ha mai dato una lira», ama gigioneggiare Don Verzè. Non è proprio vero. Fininvest è primo azionista della Molmed, start-up biotech quotata in Borsa dalla Fondazione Monte Tabor. Il Biscione ha provato a mettere assieme una cordata per il salvataggio assieme a Ennio Doris (Mediolanum) prima di gettare la spugna. Un passo indietro che non sembra destinato a incrinare i solidi rapporti tra i due. «Lo vidi per la prima volta nel ‘64 in clinica, 28enne giovane imprenditore malato – ricorda spesso il sacerdote – . Gli dissi: lei guarirà  e farà  grandi cose». La stima è ricambiata. Ogni volta che il premier ha avuto bisogno di un medico – o di un’igienista dentale, maligna qualcuno – è corso in via Olgettina (per ironia della sorte la sede del San Raffaele è a due passi dal residence del Bunga-Bunga). A Don Verzè si è affidato dopo l’attentato di Milano con la statuetta del Duomo e a lui ha chiesto la ricetta «per campare 150 anni, quanto gli servirà  per mettere a posto l’Italia».
Il crac finanziario ha mandato in archivio questi sogni. “Il tempio della sofferenza” come recita l’iscrizione all’ingresso dell’ospedale, ha tenuto tragicamente fede al suo nome con la morte di Mario Cal. Nei prossimi giorni lo Ior e i legali dovrebbero mandare al tribunale fallimentare meneghino la richiesta di concordato preventivo per la Fondazione Monte Tabor. Il Vaticano tapperà  un po’ di buchi vendendo gli aerei, i vigneti e le centrali elettriche e si concentrerà  sul business un po’ più consono alla missione ecclesiastica dell’assistenza sanitaria. Alla fine dovrà  comunque metterci diversi milioncini (circa 250) di tasca propria.
E Don Verzè? «Quando mi impediscono di fare una cosa che Dio mi chiede, non c’è Santo che tenga», ha detto in una recente intervista. Non c’è stato bisogno di scomodare i Beati. La scorsa settimana gli ha telefonato il segretario di stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone, e l’ha convinto a farsi da parte. «Volevo essere un grande delinquente o un grande Santo», ha raccontato lui. La Procura di Milano sta indagando sui buchi un po’ misteriosi del San Raffaele. La storia racconterà  a quale delle due categorie, magari dopo 150 anni di vita, potremo catalogare il sacerdote di Illisi.


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