Ambasciatrice olimpica e devastatrice

LONDRA — Stava guardando il telegiornale con il marito, «nauseata» dalle immagini di ragazzi incappucciati intenti a spaccare, distruggere, saccheggiare, quando tra la folla ecco spuntare una figura inconfondibile. «Per un minuto siamo rimasti immobili e muti davanti allo schermo. Non sapevamo cosa fare. Poi ho tirato su il telefono e chiamato la polizia». Adrienne Ives ha denunciato la figlia Chelsea, 18 anni, atleta promettente nonché ambasciatrice delle Olimpiadi di Londra (avrebbe avuto il compito di salutare i concorrenti in arrivo). Ha partecipato alla sommossa di Enfield, ha tirato un mattone contro un’auto della polizia, ha rubato. «Ho fatto quello che ogni genitore onesto dovrebbe fare», si è giustificata Adrienne.
Chelsea, che lavora per la squadra di calcio Waltham Forest, l’estate prossima non avrà  un ruolo ai Giochi. Il sindaco Boris Johnson, che la ragazza aveva incontrato assieme al presidente della commissione organizzativa Lord Sebastian Coe, ha fatto sapere su Twitter che chi ha partecipato ai disordini non potrà  rappresentare la capitale britannica. Poco importa che sino a pochi giorni fa Chelsea fosse un’encomiabile esempio di dedizione e determinazione (era stata invitata alla Camera dei Comuni per festeggiare le iniziative giovanili di diverse società  di calcio e l’anno scorso era stata premiata per il suo impegno). L’opportunità  è sfumata. Ives, in più, rischia il carcere. Si è dichiarata innocente, ma il pubblico ministero ha raccontato al giudice che si è vantata con altri vandali: «Sto passando una giornata meravigliosa», ha gridato in piena rivolta. «Tutto il mondo ora sa chi è nostra figlia», si preoccupa Adrienne, «Chelsea verrà  trattata severamente, pagherà  forse più del dovuto, e questo non è giusto, ma cosa dovevamo fare? Stare a guardare? Chiudere un occhio?». Silenzio e omertà  fanno solo danni, sottolinea. «Amiamo nostra figlia, le vogliamo tanto bene, faremo il possibile per aiutarla, ma qui c’è gente che ha perso la casa, il lavoro. Forse questi disordini sono avvenuti anche perché genitori “bravi” non hanno fatto nulla». È giunto il momento di agire, ha detto, un appello ad altre mamme e papà  a seguire il suo esempio. «Se i genitori continueranno a non dire e fare niente, questi ragazzi andranno avanti a seminare caos per le strade». Il ruolo delle famiglie è al centro del dibattito sulle cause della violenza. L’età  media delle 1.900 persone fermate è tra i 20 e i 25 anni; i giovanissimi sono tanti. Come l’11enne di Manchester che è entrato in un negozio di vino, dove ha rubato e spaccato diverse bottiglie. «Cosa ti diranno a casa?», gli ha chiesto il giudice. «Può darsi che qualcuno mi sgridi», ha risposto senza scomporsi, «ma non mi puniranno». Possibile? Il ragazzino è stato affidato a un assistente sociale che lavorerà  con la famiglia, ma tra rabbia e sgomento il Paese si interroga. Sulla Bbc un’altra madre esasperata si è sfogata. «Ai nostri ragazzi abbiamo dato troppi diritti e poca responsabilità », ha detto nel corso della trasmissione Question Time. «Io non ho il coraggio di punire mio figlio. Oggigiorno i figli fanno causa ai genitori perché non sono stati trattati abbastanza bene». Tra le vetrine da riparare e le strade da pulire, la figura del giovane squattrinato e privo di aspirazioni, che non si sente parte della società , non suscita tenerezza. La gente è stufa. Su Internet 100.000 persone hanno firmato una petizione con la quale si chiede al governo di togliere qualsiasi tipo di sussidio o agevolazione statale a chi è colpevole di aver partecipato ai disordini.


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