Bari, mezza soluzione per i profughi

 BARI.Ci sono voluti 98 feriti tra le forze dell’ordine, e forse altrettanti tra i richiedenti asilo, 16 cittadini contusi, 200 mila euro di danni alle strutture del Centro di accoglienza di Bari, 20 automezzi distrutti per spingere il governo a riscoprire l’esistenza del diritto. Al termine della riunione del coordinamento interforze provinciale organizzato ieri presso la prefettura di Bari, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano ha concesso l’apertura di una seconda sezione della Commissione per l’asilo politico che dovrà  dimezzare il tempo per il riconoscimento dello status di rifugiati (in media di 7 mesi) degli oltre mille ospiti del Cara. Verrà  fissato da subito un calendario di colloqui per esaminare la situazione di chi protesta contro i lunghi tempi di attesa. Il criterio adottato dalle due commissioni dovrebbe essere quello del paese di provenienza, e non di origine, senza però abbandonare l’ossessione sicuritaria.

«Tra i presenti in Libia nel momento in cui sono ripresi gli sbarchi – ha confermato Mantovano – non c’erano soltanto persone che fuggivano da persecuzioni o da condizioni di gravi disagi ma c’erano persone che erano lì per eludere le norme sugli ingressi irregolari». Il principio resta dunque lo stesso: i profughi di guerra dovranno dimostrare di non essere clandestini. Così facendo, il governo non intende riconoscere le sue responsabilità  nella guerra libica che è all’origine degli ultimi sbarchi a Lampedusa.
La modifica dei criteri di giudizio annunciata ieri potrebbe giovare a chi ha fatto ricorso contro i precedenti dinieghi della commissione. Anche le posizioni degli arrestati di lunedì potrebbero essere riconsiderate in questa chiave. Al momento queste persone si trovano nelle carceri di Bari e di Trani e sono ancora in attesa di ricevere una tutela legale. Tra i 5 cittadini del Mali, 4 del Ghana, 5 del Pakistan, 6 del Bangladesh, 6 della Costa d’Avorio, un afghano ed un iracheno ce n’è almeno uno che ha ottenuto lo status di rifugiato negli ultimi giorni. Il governo spera così di risolvere un problema che ha ignorato per mesi. Dal 1 gennaio al 31 luglio, le richieste di asilo presentate al Cara di Bari sono state 3731, sette volte superiori rispetto all’anno precedente (506). Maroni aveva autorizzato lo sdoppiamento della commissione già  l’altro ieri.
Fino alla tarda serata di ieri non erano giunte notizie sulle reazioni dei richiedenti asilo asserragliati nel Cara e circondati da uno spiegamento straordinario di reparti anti-sommossa giunti da altre città . Bisogna ricordare che questa tardiva riscoperta dello stato di diritto, e della convenzione di Ginevra, non ha accolto la loro richiesta pricipale: ottenere la protezione umanitaria accordata ai tunisini fuggiti durante la «rivoluzione dei gelsomini». L’accordo siglato davanti alle telecamere lunedì scorso dai rappresentanti della prefettura, i migranti e l’assessore regionale alle politiche per l’inclusione dei migranti Nicola Fratoianni (la cui mediazione ha evitato che gli scontri di lunedì degenerassero in una carneficina) era basato proprio su questo punto.
Mantovano ha invece vincolato la nuova strategia all’esame delle situazioni individuali. Lo ha fatto perché la concessione di un permesso umanitario indurrebbe il governo ad ammettere che in Libia c’è una guerra che non ha mai dichiarato. Una situazione ben nota dal 1990: la Costituzione vieta di entrare in guerra, ma i governi sono sempre in prima linea per motivi “umanitari” o di “polizia internazionale”. «Lo Stato italiano – dice Tiziana della Rete Anti-razzista di Bari – impone ai migranti una doppia pena: non solo sono vittime di guerra, ma gli viene addossata la responsabilità  della guerra in Libia. La guerra è un problema tra Stati, ma si sceglie di scaricare il suo peso sulle spalle delle persone». «Non può essere l’ennesima commissione tecnica a risolvere un problema politico di queste dimensioni – ha aggiunto don Angelo Cassano, protagonista delle lotte anti-razziste in Puglia – noi continuiamo a chiedere il permesso umanitario per rispondere al dolore di chi fugge dalla guerra».
La rivolta di lunedì ha reso visibile la gravità  di questa contraddizione. Qualcuno ha cercato subito di spegnere l’incendio. La stampa locale, e un quotidiano nazionale, hanno lanciato la caccia ai «professionisti della guerriglia». Tesi ribadita anche da Mantovano. Si parla di 60 richiedenti asilo arrivati da Catania sabato scorso che avrebbero forzato 200 persone a partecipare agli scontri di lunedì. Questo manipolo (che nella narrazione ufficiale ha ormai preso il posto dei «black bloc») avrebbe spinto alla rivolta anche i Cara di Crotone e Mineo. Sembra che la procura di Bari stia indagando in questa direzione, in attesa degli sviluppi delle indagini della Digos. E per i prossimi giorni sono annunciati nuovi arresti.


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