Bengasi mette una taglia sul raìs: “Vivo o morto”

BENGASI – Esasperato dall’inafferrabilità  del Colonnello Gheddafi e dal continuo aggravarsi del bilancio delle vittime a Tripoli, Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione, ha compiuto uno scivolone morale e forcaiolo, ponendo una taglia sulla testa del suo acerrimo nemico e promettendo l’immunità  a chi lo consegnerà , vivo o morto, nelle mani degli insorti. «Sono pronto a offrire la grazia a chiunque catturerà  o ucciderà  il raìs» ha dichiarato ieri Jalil, rivolgendosi anzitutto agli uomini della guardia pretoriana di Gheddafi, sempre che questi l’abbiano potuto ascoltare. Due giorni fa, il leader delle forze democratiche libiche aveva dichiarato a Repubblica di voler catturare vivo il Colonnello, per poterlo processare in patria.
Come riportava la tv satellitare al-Arabiya, sempre ieri, lo stesso Jalil ha anche annunciato che un ricco imprenditore vicino al governo di Bengasi ha offerto una taglia di circa un milione di euro per la testa di Gheddafi. Imprenditore di cui il presidente Jalil ha preferito tacere il nome. «Una somma pari a due milioni di dinari libici sarà  versata a chi lo catturerà , vivo o morto», ha aggiunto colui che molti vedono come la futura guida del Paese, almeno fino alle prossime elezioni legislative e presidenziali.
«Il Consiglio sostiene l’iniziativa dell’uomo d’affari», ha aggiunto Jalil, poco dopo aver reso noto della grazia messa in palio per chiunque, tra la cerchia del Colonnello, lo catturerà  o l’ucciderà . Per il colonnello dell’aviazione di Bengasi, Hamad Bani, uno dei primi “eroi” militari a passare con gli insorti, la taglia su Gheddafi è una buffonata. «Perché tanti soldi?», si chiede Bani. «Quel burattino sanguinario non vale oggi più di un dollaro».
Come spiegare questa gaffe verbale di Jalil, non degna dello statista moderato e responsabile che si appresta a diventare? Secondo una fonte a lui vicina, il leader della Libia liberata sarebbe irritato per l’inutile e copioso spargimento di sangue degli ultimi giorni, da quando è stata lanciata l’operazione militare su Tripoli, chiamata “L’alba della sposa del mare”. Secondo una stima fornita dagli insorti, i combattimenti che da sabato scorso infuriano nella capitale hanno già  provocato più di 400 morti e duemila feriti, la maggior parte dei quali shabab, i giovani combattenti della rivoluzione, caduti sotto le pallottole dei cecchini lealisti. Nel corso della conquista della città , gli oppositori avrebbero invece catturato 600 soldati fedeli a Gheddafi.
Intanto, il principe ereditario della Libia in esilio, Mohammed al-Senoussi, ha confermato di essere «pronto a servire» il suo Paese se la sua gente lo vorrà . «È il popolo libico che dovrà  decidere», dice il 49enne Mohammed al-Senoussi, in esilio da 23 anni, in un’intervista al settimanale Die Zeit in edicola oggi. In Libia serve uno Stato democratico, sottolinea il principe, aggiungendo che «vedere la bandiera della libertà  sventolare su Tripoli mi rende incredibilmente felice e fiero del mio popolo».
L’erede al trono dell’ex Regno di Libia spiega inoltre di avere incontrato in questi giorni personalità  “ufficiali” in Francia, oltre agli ambasciatori di Londra e Parigi a Tripoli, da mesi rientrati nelle rispettive capitali. Già  lo scorso aprile, durante un’audizione al Parlamento europeo a Bruxelles, Mohammed al-Senoussi aveva promesso di fare tutto il possibile per supportare la creazione di uno Stato democratico in Libia. Si era anche detto pronto a servire il suo popolo e aveva evocato la possibilità  di tornare – almeno temporaneamente – alla monarchia costituzionale nel dopo-Gheddafi. Ipotesi questa, fortemente improbabile.


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