Berlusconi sente Obama «La crisi è globale, non mia»

ROMA — Tra distrazioni familiari con i nipotini e le figlie e contatti continui con i suoi ministri (Tremonti in primis), con i partner europei, ma anche — nella notte di domenica — con Mario Draghi, da Villa Certosa Silvio Berlusconi valuta con un misto di irritazione e insieme di sollievo le ultime, difficilissime 24 ore.
Difficilissime anche e soprattutto per Barack Obama che ieri sera, subito dopo il suo discorso ai mercati che non ha frenato il crollo di Wall Street, ha chiamato il premier italiano. E con lui, come recita una nota di Palazzo Chigi, in un colloquio «cordiale» ha fatto «un’analisi sulla situazione dei mercati negli Stati Uniti e in Europa», per poi affrontare in particolare il tema della «crisi siriana», sulla quale «è emersa piena sintonia sulla necessità  di un forte coordinamento fra i partner europei e Nato per aumentare la pressione nei confronti di Damasco».
I due leader hanno deciso di mantenersi «in stretto contatto», perché il momento — nonostante il riconoscimento finalmente arrivato al governo italiano dagli Usa — resta drammatico per tutti.
Il premier in realtà  ragiona su quello che, in fondo, potrebbe rivelarsi come un male che porta in sé qualcosa di buono. Perché è vero che il «commissariamento» dell’Europa e della Bce sul governo pesa sull’immagine del suo esecutivo e su di lui, che avrebbe voluto affrontare con altri tempi e altri modi la manovra per il pareggio di bilancio. Ma è anche vero che, a questo punto, l’anticipo delle misure al 2012-2013 con tutto il carico di lacrime e sangue che porteranno con sé, non potrà  più essere addebitata a lui: «Ormai è chiaro che non sono io il problema, è l’America a preoccupare, si rischiano effetti drammatici come dopo l’11 settembre. La nostra manovra? È l’Europa che ce la impone, e non invocano sempre tutti l’Europa?», sono i ragionamenti del Cavaliere.
Insomma, la «buona notizia», come la definisce Paolo Bonaiuti, che l’acquisto da parte della Bce dei Btp italiani ha fatto scendere il differenziale con i titoli tedeschi e ha provocato perdite contenute a Milano, almeno rispetto a Francoforte e Parigi, si accompagna a un’altra consapevolezza: oggi il governo è, paradossalmente, più solido di ieri. Costretto in qualche modo a stare in piedi e a tentare di condurre in porto la manovra con meno danni possibile. Tanto più se passerà  la linea ormai invocata da tutto il Pdl, Alfano in testa: bisogna «aprire a Casini e anche a Fli, cercare il consenso delle forze moderate», punto sul quale sembra che anche Berlusconi si stia convincendo. E cercare, come dice anche il ministro Fitto, di arrivare a un «forte accordo con le parti sociali» perché, spiegano a Palazzo Chigi «le nostre direttrici sono tre: portare avanti le misure che stiamo mettendo a punto per vararle entro settembre, farlo in sintonia con le parti sociali e proseguire con la coesione del governo e delle forze responsabili del Paese».
Se ci si riuscirà , è presto per dirlo. Berlusconi — a differenza dei leghisti, che non escludono nemmeno forme di patrimoniale che il premier invece boccia — con i suoi si mostra fiducioso sul fatto che agendo su previdenza, assistenza, delega fiscale, piano per il Sud e pareggio del bilancio da inserire in Costituzione, si possa scalare la montagna. Al momento però preferisce non esporsi: difficilmente domani parteciperà  all’incontro tra governo e parti sociali, mentre giovedì sarà  a Roma. Una cosa invece è certa: questa settimana non è previsto alcun Consiglio dei ministri: le misure da varare necessitano di almeno «una decina di giorni», dice un ministro. A meno di sconquassi mai da escludere, di questi tempi.


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