Cina, conflitto operaio o sciopero armonioso?

Sciopero dei camionisti a Shanghai, in una fabbrica di fertilizzanti e in una raffineria nello Henan, dei ferrovieri nello Hunan, in una pelletteria a Guangzhou, dei tassisti un po’ ovunque. Sono solo alcune delle agitazioni che hanno percorso la Cina negli ultimi due mesi, dopo l’ondata del 2010 che ebbe grande risalto grazie al successo dei lavoratori della Honda: quindici giorni di sciopero per il 24 per cento di salario in più.

Incrociando le braccia si ottengono diritti. Anche in Cina succede sempre più.
Il fatto curioso è che non è formalmente né consentito né proibito. Esisteva una clausola nella costituzione della Repubblica Popolare che garantiva il diritto di sciopero, clausola che però è stata rimossa nel 1982. Da allora, tollerare o reprimere le manifestazioni di conflitto sul lavoro è lasciato all’arbitrio delle autorità . E l’assenza di un vero e proprio diritto riconosciuto, la scarsa dimestichezza degli stessi lavoratori cinesi con lo sciopero, non sono estranee alle esplosioni di malcontento – che sono rubricate alla voce “incidenti” – spesso estreme e incontrollabili: dai suicidi della Foxconn ai linciaggi di manager e capireparto.

Per questo motivo, la Cina riflette oggi sulla possibilità  di normare il diritto di sciopero con un’apposita legge. Tra gli attivisti per i diritti del lavoro, è diffuso il timore che questo sia un pretesto per sopprimere di fatto l’ondata di agitazioni che di recente ha visto anche il ceto medio scendere in piazza.
Ma le riflessioni attorno alla Bà gōng fÇŽlÇœ (legge sullo sciopero) prosegue.
A confrontarsi, sono sostanzialmente tre posizioni.

La proposta “ufficiale” è quella di Zeng Qinghong, funzionario di Stato di alto livello, uno di quei papaveri che accorpano in sé diverse cariche sia nella politica sia nella società , nel tipico stile della nomenklatura cinese: general manager del Guangzhou Automobile Group, presidente dell’associazione degli industriali dell’auto nel Guangdong e membro dell’Assemblea nazionale del popolo. Nel 2010 ha svolto opera di mediazione alla Honda di Nanhai, ma dato che quello fabbrica è in parte controllata dal gruppo di cui è general manager, non si può dire fosse super partes.
A marzo di quest’anno, ha presentato all’assemblea nazionale una proposta di riconoscimento del diritto di sciopero, visto come normale prodotto dell’economia di mercato. “Normale” finché rappresenta gli interessi economici dei lavoratori, perché se invece intende “distruggere l’ordine sociale“, allora è illegale. Un sindacato unico riformato – i cui vertici siano eletti democraticamente dai lavoratori – dovrebbe incanalare gli scioperi. Una proposta che rivela la propria natura “confuciana” (nel senso che prevede “armonia” e mediazione di un’autorità  morale) in alcune “suggestioni concrete”: la possibilità  che le autorità  ordinino il ritorno al lavoro per periodi di “raffreddamento delle tensioni”, il diritto del datore di lavoro di assumere crumiri, il dovere per il sindacato di annunciare lo sciopero con un certo anticipo e solamente se la maggioranza degli iscritti sono a favore.
Questa proposta è stata accolta con favore anche da China Labour Bulletin, il proto-sindacato/centro d’informazione che ha sede a Hong Kong ed è stato fondato nel 1994 da Han Dongfang, già  leader di piazza Tiananmen e fondatore del primo sindacato indipendente cinese: la Federazione Autonoma dei Lavoratori Pechinesi, chiusa d’ufficio dopo la repressione del 4 giugno 1989.

C’è poi la formulazione di Chang Kai, direttore del dipartimento di relazioni industriali all’università  del Popolo di Pechino e consigliere politico di alcune commissioni governative, è collegato a diverse Ong cinesi e straniere. Durante lo sciopero alla Honda di Nanhai faceva da consigliere legale per i lavoratori. In un articolo comparso su Caijing, Chang non formula una vera e propria proposta di legge, ma enfatizza il ruolo del governo come mediatore neutrale. Le autorità  non devono reprimere gli scioperi, ma vigilare sul fatto che tutte le parti sociali rispettino le leggi già  esistenti. Se prendessero le parti dei datori di lavoro – spiega Chang – trasformerebbero una normale dinamica sindacale in un conflitto politico. Lo chiama approccio di “trattamento razionale e secondo lo Stato di diritto” e ricorda che la legge sul contratto di lavoro, in vigore dal 2008, si occupa solo della gestione individuale (lavoratore-impresa) del rapporto di lavoro: ci vuole un nuovo quadro normativo per gestire le vertenze collettive.

All’ultima scuola di pensiero abbiamo accennato all’inizio. Secondo un’opinione diffusa soprattutto tra gli osservatori delle relazioni sindacali che risiedono fuori dalla Cina (cinesi e non), applicare una legge sullo sciopero in questo preciso momento storico andrebbe a svantaggio dei lavoratori. Hanno cominciato a ottenere diritti esercitando il conflitto in forme spesso spontanee e al di fuori dalla tutela del sindacato ufficiale, che non è eletto e quindi non rappresentativo. Hanno potere contrattuale. Distinguere tra scioperi “legali” e “illegali“, riportando i primi sotto il controllo della Federazione Nazionale dei Sindacati, che mai ha organizzato uno sciopero, significherebbe dare il potere in mano a un’organizzazione controllata dagli stessi datori di lavoro e dal governo, che non ha tanto a cuore i diritti dei suoi membri (i lavoratori), quanto l’interesse più generale di una crescita “armoniosa” (cioè senza conflitto).

Le tre ipotesi, che chiameremo “confuciana“, “consociativa” e “conflittuale“, caratterizzano il dibattito cinese. Intanto il governo ha previsto che i datori di lavoro debbano farsi carico delle visite mediche ai dipendenti e tenere la documentazione sul loro stato di salute. I lavoratori, aggiunge China Daily, potranno impugnare le certificazioni in caso di cause legali che riguardano le malattie professionali. È un piccolo passo che rivela comunque quanto i diritti del lavoro siano ormai non più procrastinabili anche nella “fabbrica del mondo“.


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