Gli indiani scendono in strada per il guru anti-corruzione

La sfida del leader gandhiano, appoggiata da migliaia di sostenitori che hanno manifestato nel centro di New Delhi, è stata definita ieri dal premier Manmohan Singh «totalmente sbagliata e lesiva della democrazia». Il governo del Congresso, già  in calo di popolarità  per una serie di scandali che hanno portato in carcere due ministri, tuttavia, è con le spalle al muro: almeno 60-70 mila persone hanno prima urlato slogan in un sit-in di fronte al penitenziario della capitale e poi hanno percorso i viali che dalla Porta dell’India si dirigono verso il Parlamento. La protesta è dilagata in una ventina di altre città  con cortei, scioperi e anche un blocco ferroviario.
Da mesi Anna Hazare preme sul governo perché approvi una legge che preveda, tra l’altro, la pena di morte per i corrotti. Figura discussa ma impossibile da ignorare in India, Hazare si è fatto arrestare martedì dopo che la sua iniziativa — che aveva portato all’approvazione di un testo giudicato «una farsa» — era sfociata in un movimento di massa ispirato, in parte, anche alla Primavera araba. «È un campanello d’allarme per tutti noi, a meno che non riusciamo a mettere a posto le cose. Il popolo di questo Paese sta diventando irrequieto», ha detto Arun Jaitley, leader del Bharatiya Janata Party, formazione nazionalista hindu all’opposizione.
La risposta del governo, per ora, ha provocato uno stallo. In un discorso ai due rami del Parlamento, il premier Singh si è mostrato comprensivo sulle motivazioni di fondo che spingono l’attivista, ma gli ha anche rimproverato «di avere intrapreso un cammino totalmente sbagliato e carico di conseguenze» che «lede le prerogative legislative inviolabili del Parlamento».
Hazare non sembra intenzionato a fare passi indietro: intanto sta digiunando nella sua cella, anche se con la porta aperta. Quando e come ne uscirà  potrebbe trasformare la storia futura dell’India.


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