I Bambi dello zoo digitale

A proposito della straordinaria popolarità  delle storie di cuccioli, si è tentati di deplorare l’umanità  che si commuove fino alle lacrime sulla sorte dei piccoli degli altri animali e non batte ciglio di fronte a quella di milioni di cuccioli umani. Delle bombe, come canta De Gregori, che sembrano dei giocattoli, e ammazzano le persone ma risparmiano gli scoiattoli. «Calpesterai una quantità  di morti di fame mentre vai a salvare la tua balena spiaggiata – ho letto su un blog – e il tuo grazioso iPad è stato montato da un bambino di tre anni nel sudest asiatico». Tuttavia si può volere bene ai bambini e ai cuccioli degli altri animali: ai bambini stessi, anche ai più sfortunati, riesce meglio. A volte le immagini di umani e altri animali si illustrano a vicenda: per esempio i cammelli scheletriti, adulti e piccoli, attorno al campo profughi di Dadaab in Kenya.
Ho guardato foto e filmati che vanno forte in rete. Un cucciolo di ippopotamo a bagno nello zoo di Tokyo, che fa tenerezza per quanto è brutto. Il koala nato allo zoo di Sidney, che fa tenerezza per quanto è bello. Due pulcini di oche canadesi che attraversano la strada fra i genitori ad Anchorage. Un lemure del Madagascar sulla spalla del direttore dello zoo di Berlino: fa tenerezza, il direttore, per quanto è grasso. Il cucciolo di panda gigante nato in un’incubatrice nel centro di Chengdu, figlio di Maomao, ispiratrice della mascotte olimpica. Un cucciolo di elefante nato nello zoo di Indianapolis.
E poi l’orsetto della famiglia Logar, in Slovenia, che mordicchia l’orecchio della cagna di casa, perplessa e rassegnata. Il tigrotto allattato al biberon da un ligio scimpanzé che hanno vestito di jeans, in Thailandia. Ma soprattutto la famosa storia dell’orsetto Knut. L’orso polare non fa tanta tenerezza ora, uno ha appena ucciso un ragazzo alle Svalbard – l’arcipelago norvegese che tocca gli 81° di latitudine nord. Poi quell’orso è stato giustiziato. A Longyearbyen però se si vuole avventurarsi fuori dall’abitato è obbligatorio armarsi di fucile, e una lapide elenca date e nomi delle vittime degli orsi. Knut era un cucciolo di orso bianco, che la madre ripudiò, assieme al gemello, appena partoriti, nello zoo di Berlino, dicembre 2006. I due, piccoli come porcellini d’India, furono tirati fuori con una rete da pesca. Il gemello morì, Knut fu adottato da un dipendente dello zoo, Thomas Doerflin, 42 anni, uno con la barba, la coda di cavallo, una bella faccia e un orecchino: un gran selvatico, che stette senza sosta col cucciolo ad allattarlo e fargli ingoiare cucchiaiate di olio di fegato di merluzzo e insegnargli le buone maniere. Dopo che un animalista fesso ebbe sostenuto che sopprimere l’orsetto fosse meglio che farlo crescere orfano in cattività , a furor di bambini la vita di Knut fu garantita, e orsetto e uomo diventarono la gloria dello zoo. Il quale guadagnò in un anno 10 milioni di euro in più, diede uno spettacolo quotidiano con Thomas che grattava la pancia di Knut estasiato, lo fece fotografare per Vanity Fair da Anne Leibowitz in braccio a Leonardo Di Caprio. Qualcuno storse il naso: una speculazione. (I tedeschi ci sanno fare, come col polpo Paul, che indovinava i risultati: e grande fu il cordoglio per la sua morte, e si erano offerte cifre enormi per acquistarlo – benché i polpi vivano un anno).
Solo che la storia di Knut e Thomas è davvero patetica come i romanzi che leggevamo da piccoli, come Senza famiglia di Hector Malot; perché due anni dopo Thomas, malato di cancro, fu trovato morto una mattina in casa sua, e lo scorso marzo, a 4 anni, è morto nella sua vasca Knut, che non era più un orsacchiotto ma un adulto, troppo grosso e giallastro e viziato dal pubblico (“mangiava troppe brioches”) per commuovere come prima. Ma sia alla morte di Thomas che a quella di Knut lo zoo si riempì di fiori e letterine e candele, e i giornali scrissero che sembravano i funerali di Lady Diana. Migliaia di messaggi lo piansero in tutto il mondo, dicevano: «Ora Thomas e Knut giocano insieme in cielo». Non mancava qualche Franti che replicasse: «Shut the fuck up bears lover i hope one day you some bear kill you? and eat you» (più o meno: tappatevi la dannata bocca, spero che prima o poi un orso vi ammazzi e vi mangi). Liberi, gli orsi polari (25 mila circa, minacciati di estinzione) vivono 15-20 anni, e in cattività  di più. Gli zoo pretendono di propagare specie minacciate: sarà  successo in due o tre casi – il condor californiano, l’oryx arabica.
I bambini oggi frequentano meno gli animali, ma li vedono molto di più, nei filmati o nelle figurine degli Amici cucciolotti. Se ne intendono. È con i cuccioli che si imparava, e forse si impara ancora, a farsi un’idea dell’amicizia, della felicità , del dolore e della morte. Lo si imparava abbastanza crudelmente, direi. Il Bambi disneyano – molto più dell’originale, che era il bel libro di un austriaco, Felix Salten, pseudonimo di Siegmund Salzmann – era crudissimo con la morte della mamma; e in soggezione con quel terribile Padre. Più penoso era il Cucciolo – il libro di Marjorie Rawlings 1938, e il film con Gregory Peck. Lì, nel giro di un anno – The Yearling, il titolo originale, allude al cucciolo di un anno e all’anno in cui si cresce – il bambino Jody adotta il cerbiatto orfano e diventa il suo grande amico, finché, messo di fronte ai danni che il cervo crescendo provoca alla povera fattoria, Jody stesso finisce l’animale che sua madre ha maldestramente ferito. Un’iniziazione virile che passa attraverso il tradimento e l’uccisione del proprio compagno animale e il diploma di cacciatore. («Non sono stato io a tradirti… è stata la vita», dirà  Gregory Peck al figliolo). Tristissima morale, che a rileggerla oggi si rivela compiaciuta. Allora sembrò un reportage di vita vissuta, e diede all’autrice il Pulitzer.
Negli Stati Uniti il mito della vita nella natura (ravvivato nel film di Sean Penn Into the Wild) ha il suo vangelo nel Walden di Henry David Thoreau (1854). Il cui titolo completo era The Life in the Woods, la vita nei boschi; lo stesso del Bambi di Salten, Ein Leben im Walde. Si leggono sul web migliaia di commenti in inglese al Cucciolo; nove su dieci cominciano dicendo: «Benché la fine sia troppo triste…». La gente non pensa più di dover ammazzare il proprio fratello cerbiatto per diventare grande, ed è una buona cosa. Il cui risvolto è in una rimozione della brutalità  della natura – della sua distrazione matrigna. La cosa più vicina all’insidia della natura è oggi, per i grandi e i piccini, la Borsa valori. L’altra natura la si allontana da sé, o almeno dai propri bambini. Su YouTube i tigrotti siberiani stanno delicatamente nelle fauci della madre, e preferiscono non diventare grandi. Si dirà  che questo fa parte della femminilizzazione dell’Occidente e della sua decadenza imbelle. Argomento complicato. L’altr’anno ha furoreggiato negli Stati Uniti il manuale di una madre cinese-americana che prescriveva un’educazione autoritaria per fare dei propri figli dei riusciti cittadini-prodigio; arrivarono vibrate proteste da madri cinesi della Cina, che sanno quanto preziosa sia la vita di un figlio, proibita com’è quella di una sorella o un fratello. È il problema dei documentari animalisti, così straordinari. Sono destinati a chi ama gli animali. Però ci sono animali che inseguono e sbranano e animali che vengono braccati e divorati.
C’è un film Disney su un lago salato in Tanzania, dove nascono i fenicotteri rosa. Prima che la schiusa sia completa i marabù e i rapaci fanno strage di pulcini e uova. Poi l’acqua evapora e il sale si cristallizza sulle zampe dei piccoli, appesantendone i passi, finché soccombono ai predatori o inciampano e agonizzano. Nella migrazione verso un lago fresco gli adulti guidano i piccoli che non volano ancora, e sono decimati dagli assalti delle iene. Nel nuovo lago, i superstiti imparano a nutrirsi filtrando le alghe, finché si alzano nel grandioso volo rosso. La voce che commenta riassume: migliaia hanno dovuto soccombere, ma un milione di fenicotteri sono arrivati e la vita si è rinnovata. Resta però negli occhi il piccolo dalle zampe esili incrostate di sale e azzoppate, che barcolla fino a crollare sul becco e restare imprigionato. I cuccioli per cui trepidiamo, anche nel Kenya della siccità  e della carestia, non sono i milioni delle statistiche. Sono uno alla volta, l’orsetto Knut, e quel singolo Winnie the Pooh fra i milioni prodotti in serie che una nipotina premurosa regala al nonno, perché quando è solo ascolti la sua cantilena: «Ciao, sono Winnie the Pooh, oh oh oh oh».


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