Il leader e l’ex sindaco, un rapporto solido tra sospetti e gaffe

Bersani e Penati: due esponenti del fu Pci poi trasformato in Pds e ancora in Ds, fino ad arrivare all’ultima mutazione, quella del Pd, che hanno avuto da sempre ottimi rapporti. Anche se le rispettive carriere, per un tratto almeno della loro vita, hanno percorso binari diversi. Che comunque si incontravano, visto i ruoli che ricoprivano. Il primo è un ministro «novellino» del governo Prodi quando il secondo è sindaco di Sesto San Giovanni. E nel momento in cui Bersani diventa la guida economica del partito, Penati è il segretario milanese. E ancora: il primo torna in un dicastero di peso nel secondo governo Prodi mentre l’altro è già  da tempo presidente della Provincia di Milano. È il ruolo che Penati ricopre nel 2005, quando Bersani, non ancora ministro, lo mette in contatto con l’imprenditore Marcellino Gavio, quello dell’affaire Serravalle. Come andò? Lo racconta lo stesso segretario del Partito democratico, con queste parole: «Mi chiamò Gavio segnalandomi la sua preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con lui». Cosa che poi puntualmente avvenne. Ma Bersani giura sul suo «buon nome»: nessuna «strana triangolazione», solo la normale attività  di un ex ministro e importante dirigente dei Ds che mette in contatto due suoi conoscenti.
Le vite dei due si incrociano indissolubilmente qualche anno dopo. Walter Veltroni si è dimesso da segretario, non prima di aver proposto, su suggerimento di Bersani, un seggio in Parlamento a Penati, il quale, però, declina l’offerta. Il leader lascia e Dario Franceschini ne prende il posto. Nel Pd si apre la grande battaglia per la successione a Veltroni: Bersani chiama Penati a fare il coordinatore della sua mozione. L’uomo è appassionato e a volte incauto. Come quando si mette contro l’intero Pd calabro, che denuncia dei brogli al congresso che dovrà  decidere il nuovo leader del partito. O come quando, dopo l’assise nazionale, senza aspettare il responso delle primarie, dichiara alle agenzie di stampa: «Di fatto Dario Franceschini non è più il segretario».
Segue una polemica infinita perché le primarie sono elemento fondante del Partito democratico e la gaffe gli viene rinfacciata. Nonostante ciò, Bersani continua a puntare su Penati. Quando la sua elezione a numero uno del Pd viene sancita anche dalle consultazioni popolari, lo chiama a Roma perché faccia il capo della sua segreteria politica. L’Unità  lo definisce testualmente «l’uomo ombra di Bersani». È a Penati che tutti si rivolgono se vogliono parlare con il segretario, il quale, all’inizio della sua leadership, rifugge gli incontri ravvicinati con i dirigenti del suo partito. È a Penati che i senatori e i deputati spiegano perché e per come quella legge deve passare in Parlamento e quell’altra no. Tutti a largo del Nazareno, sede del Pd, parlano di quel leader così poco propenso ai contatti e di quel suo capo della segreteria sempre disponibile, al cellulare come in ufficio.
Arriva il tempo delle primarie per il candidato sindaco di Milano e Penati spende la sua autorevolezza e il suo prestigio per Stefano Boeri. Dà  per sicura la sua «nomination» rispetto a quella di Giuliano Pisapia. I gazebo del Pd e la realtà  gli danno torto. E lui fa il gran gesto: scrive una lettera a Bersani per consegnare le sue dimissioni da capo della segreteria. Non vuole che il suo errore ricada sulla testa del leader. Il quale ringrazia ma continua a mantenere un rapporto forte con lui.
Il gesto di Penati lascia di stucco gli stessi esponenti del Partito democratico e ci si comincia a chiedere quale sia la vera ragione di quell’addio. Fioriscono le leggende: Penati è in rotta con Bersani perché non ne condivide la linea, persino lui ha capito che il segretario non va da nessuna parte. Tutte chiacchiere: il leader comincia a macinare successi su successi non alle primarie, ma alle elezioni vere, Penati non è più al suo fianco, ma lo segue come un amico fedele e fidato. E infatti non c’è volta che il segretario vada a Milano senza incontrarlo o senza fare un’iniziativa insieme a lui. Ora quel tempo è passato. Irrimediabilmente. Ora Bersani chiede la verità  sulle vicende di Sesto e dintorni e non tributa più quell’omaggio alla «capacità , solidità  e serietà » del suo ex braccio destro che gli tributò solo tre anni fa.


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