Il limbo dei richiedenti asilo

Lanci di pietre da una parte, e cariche in tenuta antisommossa dall’altra: nello scontro con la polizia, intervenuta per sedare la protesta, trentacinque agenti e quindici rifugiati sono rimasti feriti. Anche decine di automobili di passaggio sono state danneggiate dai massi lanciati dai manifestanti. Nel centro di accoglienza, i vigili del fuoco sono dovuti intervenire per spegnere il fuoco appiccato dai suoi abitanti. Le fiamme hanno invaso anche la tangenziale, dove sono stati bruciati copertoni e bidoni. Una decina di ambulanze sono state inviate sul luogo della rivolta, dove guardie di finanza e carabinieri starebbero cercando di controllare la situazione

Sono arrivati in Italia fuggendo da guerre o da gravissime crisi umanitarie. Vengono dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Ghana. Molti di loro si erano stabilizzati da anni in Libia, ma ora che la guerra è arrivata anche lì sono dovuti scappare ancora. Non sono immigrati ordinari, ma persone in fuga cui l’Italia, che ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951, dovrebbe riconoscere lo status di rifugiati. Secondo il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo, i Cara, sono attualmente presenti 15mila persone. Sono in attesa di sapere se il nostro Paese gli riconoscerà  lo status di rifugiati. Un passo indispensabile alla regolarizzazione della loro situazione.

E invece, di fatto, queste persone sono in attesa da mesi che venga dato seguito alle loro richieste di asilo. “Nel frattempo – spiega Daniela Frascà , vice-presidente dell’Arci di Bari e referente per il servizio di orientamento legale che l’Associazione gestisce all’interno del Cara pugliese i richiedenti asilo vivono in una situazione di limbo, perché senza permesso di soggiorno non possono fare assolutamente niente”.

C’era da aspettarsela questa rivolta?

Le modalità  violente della protesta non sono condivisibili, ma quello che è successo questa mattina a Bari era del tutto prevedibile. Le persone che ora abitano i Cara vivono una situazione insostenibile. Hanno tutti fatto richiesta di asilo e sono in attesa che la commissione territoriale di Bari – quella incaricata di esaminare le singole storie e decidere se concedere o meno lo status di rifugiato – li convochi per il colloquio. Alcuni stanno aspettando anche da sette o otto mesi, in violazione di tutte le norme. Altri, specie coloro che sono scappati dalla guerra in Libia, si sono visti opporre il diniego alla richiesta di asilo.

Qual è la situazione che stanno vivendo queste persone?

Vivono in un limbo. In attesa di essere convocati dalla commissione non possono fare assolutamente nulla perché restano senza permesso di soggiorno. Non possono lavorare, cercarsi una casa, avviare una vita dignitosa. Rimangono bloccati lì nel Cara, un container di cemento dove certamente non è piacevole stare per tanti mesi e dove non c’è niente da fare. Possono uscire dal centro solo in alcuni orari. Potenzialmente, in quanto richiedenti asilo, potrebbero essere inseriti nei progetti di seconda accoglienza, e cominciare a lavorare. Ma visto che non hanno il permesso di soggiorno, anche le operazioni più semplici diventano inaffrontabili. Ad esempio, non possono pagare il biglietto dell’autobus, ma una volta multati non si sa neanche a chi intestare la sanzione. In quanto richiedenti asilo, inoltre, avrebbero diritto ad essere iscritti al servizio sanitario nazionale. Ma, anche qui, la mancanza di permesso di soggiorno rende impossibile avviare la pratica di iscrizione. Per cui, se qualcuno ha bisogno di cure non urgenti – per quelle, c’è una tessera apposita che definisce la persona bisognosa di cure come “straniero temporaneamente presente” – non hai altra strada che affidarti a vie informali. Se ne hai di percorribili.

Quali sono i motivi di questi ritardi?

I ritardi si sono aggravati ultimamente. Da un lato ci sono le difficoltà  a trovare gli interpreti nelle lingue esatte dei rifugiati, che hanno il diritto a sostenere il colloquio nella loro lingua madre. Dall’altro, e soprattutto, le commissioni fanno fatica a far fronte al recente aumento degli arrivi e degli sbarchi.



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