Il petrolio “liberato” fa gola a tutti gara tra Italia, Francia e Stati Uniti

NEW YORK. Scende il greggio, recuperano le Borse: dalla sconfitta di Gheddafi può arrivare il “dividendo petrolifero” che riduce i rischi di recessione mondiale? I mercati ieri hanno voluto crederlo, sia pure con cautela. Piace la prospettiva di una fine della guerra civile, se questo significa la stabilizzazione del paese, e quindi una ripresa delle forniture.
La Libia è infatti il dodicesimo esportatore mondiale di petrolio.
A goderne sono state in particolare le imprese italiane, alla luce degli antichi rapporti economici tra i due paesi: l’Eni con un +6,3% ha trascinato al rialzo tutta la Borsa di Milano (la compagnia petrolifera pesa circa un settimo di tutta la capitalizzazione di Piazza Affari), ma anche l’Ansaldo col +5% ha beneficiato dell’effetto-Libia.
I mercati non hanno dato peso, almeno in prima battuta, al rischio che le aziende italiane siano meno favorite di quelle americane, francesi o inglesi nel dopo-Gheddafi. I giochi si faranno più chiari solo quando il raìs sarà  definitivamente uscito di scena, e il governo provvisorio dei ribelli (Cnt) renderà  più visibili le sue strategie. Quasi a voler ricordare un passato “ingombrante”, ieri la Cnn ha mandato più volte in onda delle foto di Gheddafi in compagnia di Silvio Berlusconi, mentre su Fox News l’ex ambasciatore Usa all’Onu John Bolton ha sottolineato il ruolo secondario scelto dall’Italia nell’intervento militare della Nato. Il Wall Street Journal ha notato come Nicolas Sarkozy all’alba di ieri (6.40 ora di Parigi) sia stato il primo leader ad annunciare una telefonata coi leader del Cnt; lo stesso quotidiano ha sottolineato la rapidità  di annuncio di un “ritorno in Libia” da parte della multinazionale inglese Bp, che prima della guerra vi aveva una presenza marginale. Questi osservatori si aspettano che il “dividendo” della vittoria su Gheddafi sia ripartito in proporzione al ruolo svolto nelle operazioni della Nato: dove l’America ha tirato la volata, per poi essere sostituita da Francia e Inghilterra nella prima linea.
Qualunque scenario economico non può prescindere però dalle incognite che ancora pesano sulla situazione politica in Libia. Ne hanno preso atto anche i mercati: in una prima fase, nella mattinata di ieri le quotazioni del petrolio Brent erano scese velocemente (in previsione di un aumento dell’offerta), per poi contenere il ribasso a un modesto -0,3%. Il Brent resta tuttora più caro del livello di febbraio (100 dollari) quando si manifestarono le prime preoccupazioni sull’export libico, ed è superiore del 13% al prezzo di fine 2010. Per regalare all’economia mondiale una “polizza anti-recessione”, ci vorrebbe un calo ben più sostanzioso del costo dell’energia. Ma quando la produzione libica tornerà  ai livelli pre-bellici? La domanda è particolarmente importante per l’Italia, che in passato riceveva dalla Libia circa un quarto del petrolio e il 10% del fabbisogno di gas naturale. Per l’Eni la Libia rappresentava (prima della rivolta anti-Gheddafi e della no-fly zone Nato) il 13% della sua produzione, l’equivalente di 280.000 barili al giorno. Proprio dall’Eni vengono alcune delle stime più prudenti sulla ripresa dell’export libico. La compagnia italiana a luglio aveva stimato fra i due e i tre mesi il tempo necessario per ripristinare la produzione di gas, e fino a un anno per quella di petrolio. Stime più ottimistiche sono state formulate dalla spagnola Repsol che ha parlato di quattro settimane per riavviare la produzione.
In totale, prima dell’inizio della guerra civile la Libia produceva circa 1,6 milioni di barili al giorno di greggio, ma dopo sei mesi di conflitto la produzione è scesa a 500.000 barili al giorno. Sui prezzi mondiali l’impatto al rialzo si era fatto sentire nonostante che l’Arabia Saudita fosse intervenuta ad incrementare la sua produzione. In America, Barack Obama e il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke hanno più volte indicato nel mini-shock petrolifero uno dei fattori che hanno frenato la ripresa economica nel primo semestre. Anche loro sperano in un “dividendo della vittoria” che schiarisca l’orizzonte della crescita. Nella reazione moderata dei mercati, ieri, ha giocato l’incertezza perdurante sul dopo-Gheddafi, insieme con la lezione di altri conflitti passati. Alcuni esperti ricordano che in Iran e in Venezuela la produzione di petrolio non si è ripresa completamente dopo gravi turbolenze geopolitiche.
Le incertezze che ancora gravano sul futuro di Tripoli trasparivano ieri nelle dichiarazioni del vertice Eni, la compagnia petrolifera con la maggiore quota della produzione libica. «L’interruzione aveva penalizzato noi in modo particolare, per il peso della Libia nel fabbisogno italiano», ha dichiarato il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi. Il quale ha auspicato che le nuove forze governative del Cnt onorino i contratti di forniture negoziati a suo tempo col regime di Gheddafi. «Sono protetti dal diritto internazionale», ha detto Recchi. Per l’Italia la posta in gioco va oltre l’Eni e oltre l’energia. Se anche l’Enel ora mostra di volersi affacciare sul mercato libico, nell’era Gheddafi gli investimenti italiani includevano un miliardo di euro nelle grandi opere (Impregilo), 740 milioni nelle ferrovie (Ansaldo), 125 milioni nelle infrastrutture stradali (Anas), 68 milioni nelle telecom (Sirti), 60 milioni da piccole e medie imprese. E’ una “torta” che in futuro può attirare gli appetiti di Parigi, Londra e Washington.


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