In Cina negozi Ikea clonati la nuova frontiera del falso

PECHINO. Anche i commessi sono caduti dalle nuvole. Credevano di lavorare per l’Apple Store di Kunming e invece hanno scoperto che il gigante hi-tech di Cupertino non ha mai aperto un negozio nello Yunnan. È l’ultima frontiera dell’imitazione in Cina. Si è iniziato con il piazzare prodotti falsi in botteghe vere.
Si finisce con il vendere merce originale in centri commerciali falsi. Cinque i finti Apple Store scoperti la settimana scorsa a Kunming. E ieri, nella nuova capitale della contraffazione, il capolavoro della messinscena: un falso Ikea, ricostruito con certosina cura dei dettagli. Impossibile da distinguere da un grande magazzino svedese: caffetteria e self service, colori giallo e blu, angolo per i bambini e servizio di montaggio mobili a pagamento. Non è un caso se nella rete dei ladri di copyright sono finiti due tra i marchi più famosi al mondo. La nuova classe media cinese è disposta a tutto pur di esibire i simboli occidentali del consumo. I quattro Apple Store originali di Pechino e Shanghai, i nove veri magazzini Ikea aperti nel Paese, sono quotidianamente presi d’assalto da milioni di clienti. Risultato: ore di attesa per un’informazione, prodotti esauriti e traffico in tilt. Travolto dal boom della domanda, il commercio illegale dell’Asia così si riorganizza: non servono più beni contraffatti a basso costo, ma punti vendita più convenienti di quelli veri, capaci di offrire merce autentica in abbondanza e un servizio clienti gratuito e più efficiente. «È un fenomeno nuovo – spiega Adam Xu, docente di marketing ad Hong Kong – : all’importanza del brand si affianca il prestigio di un negozio cult, il luogo dove si svolge il rito pubblico dell’acquisto». Nelle boutique più famose d’Occidente i cinesi trascorrono il weekend e su internet si vendono anche le borse usate dei marchi più popolari, dall’alta moda alla gioielleria. Ciò che conta è lo stile ed è su questo che Apple e Ikea sono caduti nelle rete degli imitatori di Kunming. In entrambi i casi si è sul filo della truffa. Nulla certificava l’originalità  dei negozi. Gli arredi erano invece identici, come l’allestimento degli spazi di vendita e l’atteggiamento dei commessi, tenuti a sorridere e a parlare anche l’inglese. A scoprire la beffa dei finti Apple Stores è stata una blogger americana trasferita nello Yunnan. Ha acquistato l’ultimo iPhone e, controllando il prezzo online, si è imbattuta nella conferma di quanto aveva sospettato: a Kunming, Apple si appoggia su tredici rivenditori autorizzati, ma non ha un proprio negozio. Centinaia i clienti che hanno invaso i finti punti vendita, certi di aver acquistato anche prodotti contraffatti. Ma a sorpresa è emerso che la merce era tutta vera, solo acquistata all’estero e contrabbandata in Cina per evadere le tasse. «Ci hanno dipinto come falsari – si è difeso il proprietario di uno dei simil-Apple – mentre offriamo solo prodotti originali: nessuna legge impedisce di arredare il negozio come si vuole». Somiglianze sul filo del furto di proprietà  intellettuale: grande mela bianca illuminata, poster dei prodotti Apple in vetrina, tavoloni in legno, sezioni dedicate ai veri prodotti, pronti per essere provati. Sistema identico anche per il finto magazzino Ikea, aperto un anno fa e scoperto da un dettaglio: si promuoveva come “11Furniture”, che in mandarino ha grafia e pronuncia molto simili al colosso degli arredi fai da te. Nessuno affermava di offrire mobili Ikea, ma l’effetto-acquisto era lo stesso e i clienti venivano gratificati da borse e adesivi originali. La Cina scopre così che il “come vendi” inizia a contare più del “cosa vendi”, i produttori asiatici intuiscono che il più grande mercato del pianeta ha bisogno di grandi marchi nazionali e il commercio occidentale è in allarme. Agli Usa la contraffazione cinese costa 48 miliardi di dollari all’anno e 2,1 milioni di posti di lavoro. Per la Ue le cifre vanno raddoppiate. Il problema ora è se e come perseguire chi vende merce autentica in imitazioni di negozi. In Cina nell’ultimo anno sono stati scoperti falsi concessionari d’auto, catene di centri commerciali sportivi che usurpavano i più grandi marchi e sei McDonald’s finti che servivano gli hamburger di Fast food autentici. Solo due punti vendita sono stati chiusi, per irregolarità  amministrative. E a sorpresa il popolo della Rete assolve l’imitazione cinese degli store di tendenza: «Stessi prezzi – la sentenza – ma più scelta, pronta consegna e servizio migliore». È la Cina: dal contenuto al contenitore, dal comunismo al capitalismo, senza che nessuno se ne accorga.


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