La giustizia messa ai ceppi

Ben a regione all’ordine del giorno del dibattito politico ci sono gli enormi problemi economico-finanziari, di portata internazionale. Ma uno stato sociale di diritto, espressivo dei valori di democrazia sanciti nella Costituzione, neppure in questi frangenti può dimenticare le ragioni degli ‘ultimi’, i detenuti, ridotti per le condizioni in cui vivono ad ‘avanzi’ della giustizia. Va dunque salutata con grande favore e forte rispetto l’iniziativa di Marco Pannella e dei Radicali in ordine ai problemi del carcerario.

Il clima da law and order, che fa da supporto a prassi e legislazione connotate in senso autoritario, ha comportato una rinnovata esaltazione del carcere: con la vergognosa situazione che caratterizza la maggior parte delle nostre istituzioni carcerarie si sta verificando lo sgradevole paradosso per il quale è il carcere a mettere in ceppi la giustizia, a tutt’oggi infatti sono più di 68000 i detenuti a fronte di una capienza di circa 44000 posti.
Infatti, a porre la giustizia in una situazione di contrarietà  alla Costituzione già  basterebbe il dato secondo cui la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio, rispetto al totale dei presenti negli istituti di prevenzione e pena, sembra superiore al 42%; si tratta di cifre preoccupanti se si considera che la carcerazione preventiva, in base al principio di cui all’articolo 13 della Costituzione per il quale la «libertà  personale è inviolabile», avrebbe dovuto essere un’eccezione ben circoscritta. A ciò deve aggiungersi anche il fatto che la detenzione di decine di migliaia di persone in attesa di giudizio, spessissimo di primo grado, mortifica un altro principio costituzionale di altissimo valore civile: la presunzione di non colpevolezza. A conti fatti, soltanto per poco più del 20% viene assicurata l’osservanza di questo principio.
Appare, dunque, verosimile concludere nel senso che la prima funzione che l’istituzione penitenziaria è attualmente chiamata a svolgere, ha poco a che fare con l’esecuzione delle condanne pronunciate con sentenze definitive, ma riguarda la custodia preventiva: essa, è bene ricordarlo, coinvolge, per definizione, sempre ed esclusivamente soggetti non colpevoli.
Che questa sia, poi, considerata da troppi la vera pena – magari in ragione della consapevolezza che, soprattutto nei casi di pena di breve durata, una sentenza di condanna non porta in carcere nessuno – è una conclusione inaccettabile, riconducibile ad una concezione ancestrale della pena e della giustizia, che, nella sua dimensione giuridica, vanifica e contraddice i più elementari principi del sistema penale costituzionalmente orientato: articolo 27, comma 3 della Costituzione, divieto di trattamenti contrari al senso di umanità  e dovere di tendere alla rieducazione del condannato.
Il tutto si verifica, ripetiamo, in un contesto di non più sopportabile affollamento delle carceri: una situazione caratterizzata da un degrado sempre maggiore, testimoniato dal numero dei suicidi che negli ultimi anni ha raggiunto picchi mai sfiorati prima e che anche nel 2011, con i 42 suicidi già  avvenuti, sembra destinato a confermare cifre allarmanti.
Sorge, allora, legittimo l’interrogativo sui costi che la collettività  possa e debba ragionevolmente sopportare, in termini di certezza dei diritti fondamentali, per la difesa coercitiva dei medesimi diritti contro le pur gravi forme di criminalità  presenti nel contesto sociale. Lo stato sociale di diritto, accanto all’idea del minor numero possibile di norme penali, deve favorire quella del minor numero possibile di persone penalmente perseguite che debba essere carcerizzato. Attualmente, invece, il numero dei detenuti in Italia sembra essersi raddoppiato nel giro di pochissimi anni.
Che questo stato di cose dipenda da un’esaltazione repressiva, tanto irrazionale sul piano degli effetti, quanto deleteria sul piano dei diritti, viene esemplarmente confermato dall’assenza di un pari incremento dei delitti denunciati, che, anzi, quando non risultano in diminuzione, subiscono un aumento che, in termini percentuali, non è affatto paragonabile a quello che nel volgere di cinque anni ha subito la popolazione carceraria. Ed è soltanto ingenuo, se non segno di preoccupante malafede, a fronte di questo dato, attribuire l’incremento delle carcerazioni ad una rinnovata efficienza nella persecuzione dei reati di mafia, di terrorismo o dei colletti bianchi. In termini percentuali i numeri relativi a questi fatti sono assolutamente esigui!
Come di consueto, la repressione finisce per orientarsi verso le fasce di marginalità  via via emergenti: gli attuali ‘oziosi’ e ‘vagabondi’ sono i tossicodipendenti e gli immigrati, preferibilmente di colore. E, infatti, dal 1990, le presenze di tossicodipendenti in carcere risultano aumentate in misura prossima all’85%, mentre, nello stesso periodo, il numero degli immigrati «entrati dallo stato di libertà » ha subìto un incremento che, per quelli di origine africana, è valutato superiore al 154%. Fino a pochi giorni fa, gli stranieri rappresentavano il 36,24% del totale dei detenuti italiani: per essi, come i tossicodipendenti, si tratta di percentuali sul totale dei detenuti, che non hanno assolutamente riscontro nella popolazione esterna al carcere. Secondo il consueto schema dell’emergenza, con tutto il suo bagaglio di intolleranza, illiberalità , sterile simbolicità , approssimazione, ad una repressione legittima, purché sempre rispettosa delle regole, di allarmanti fenomeni criminali si abbina una repressione di tipo carcerario, ingiustificata e contraria ai principi costituzionali di riferimento. Non risponde, infatti, alle esigenze personalistiche e di solidarietà  solennemente riconosciute nella legge fondamentale, né può costituire motivo di conforto, la carcerizzazione di centinaia di giovani tossicodipendenti o di immigrati di colore, per ogni mafioso o colletto bianco in più in carcere.
In realtà , nella sua concreta articolazione la pena ha assunto quale latente, ma effettiva funzione un misto di retribuzione e deterrenza, testimoniata dall’abbandono al mero custodialismo carcerario di svariate decine di migliaia di persone, con un totale tradimento delle funzioni di integrazione sociale normativamente stabilite.
Con la recente svolta, il carcere è venuto, dunque, a strutturarsi come indifferente contenitore di varie fenomenologie criminali unite, nella crescita elefantiaca dell’istituzione totale, dal disegno di indiscriminata repressione, quale esige la prevalente, sbrigativa prospettiva della deterrenza. Solo con la mancanza di una seria e meditata politica criminale è possibile giustificare, a fronte di una diminuzione delle denunce di reato, un aumento della popolazione carceraria. Questa è unicamente la testimonianza di un’intransigenza di tipo moralistico in grado soltanto di fomentare crociate, nell’ossessione di una puerile ricerca di capri espiatori, responsabili di tutti i mali del presente, rinunciando così, a priori, a trovare una effettiva soluzione ai problemi.
Paradossalmente, più il carcere fallisce, più ne aumenta la richiesta. Le ragioni possono essere le più diverse, ma, essenzialmente, ciò si verifica perché è ancora radicato l’equivoco – che la giurisprudenza tendenzialmente asseconda – dell’equazione carcere uguale giustizia, a cui si aggiunge quello secondo cui più dura è la pena, maggiormente si realizza la giustizia.
È inutile nasconderlo, sopravvive una concezione premoderna, ancestrale, teologico-sacrale della giustizia e della pena come espiazione, che si collega immediatamente all’aggressività  dell’individuo, ignorando prospettive di solidarietà : essa aggrava più che risolvere i problemi, per i quali occorerebbero, invece, ben altri rimedi che in questa sede è impossibile rappresentare e per i quali possiamo solo rinviare ad un ulteriore intervento sul tema.


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