La lotta di Nardò

 NARDà’.I braccianti africani che da due settimane a Nardò resistono allo sfruttamento a cui li costringono aziende e caporali hanno i volti stanchi. Sono provati dal caldo, da condizioni di vita difficili, dal non avere un euro in tasca. Ma il loro sciopero, che oggi conta un centinaio di adesioni (contro le 300 iniziali su 500 lavoratori), va avanti. Vogliono un contratto regolare, una giusta retribuzione e che scompaia l’intermediazione del caporale. La tendopoli che li ospita, nei pressi della masseria Boncuri (gestita da Finis Terrae e dalla Brigata di solidarietà  attiva), è di dimensioni medie. Filari e capannelli di tende azzurre, seriali, rigano l’ampio spazio circostante. È un’immagine piena – di persone, di vite – che non si ferma lì, ma si completa sotto i radi ulivi che puntellano l’area e in prossimità  dei muretti sotto cui trovano rifugio i «senza tetto».

I braccianti africani di Nardò hanno dai 20 ai 40 anni, sono tutti uomini. Se ne stanno lì, vicino i ricoveri in tela loro destinati o quel che è, colti da senso di spossatezza. I più reattivi si organizzano per la cena, girano, chiacchierano, guardano la tv araba in un piccolo gazebo in cemento. Nel campo c’è odore di cous cous e pecora alla brace, ma molti rispettano il Ramadan: preghiera e digiuno. Bevono l’acqua che attingono a una grande cisterna. Anzi chi è tornato al lavoro, cerca di riempirne qualche bottiglia in più perché sul campo i caporali la vendono a un euro al litro (i panini a 4). Più i 5 euro per il trasporto, andata e ritorno, da terreni a un chilometro e mezzo dalla tendopoli. Senza contare, la trattenuta sul compenso a cottimo: il cassone di pomodoro (300 chili) prima che iniziasse lo sciopero veniva pagato 3,50 euro, oggi 2,50. Un bracciante riesce a riempirne cinque, sei al giorno. Il caporale (e soprattutto l’impresa alle sue spalle) continua a prendere, però, 15 euro a cassone. Su ogni camion ce ne stanno 98, e per ogni campo ci sono più camion da riempire.
Salem è uno degli scioperanti. Ha 33 anni, viene dalla Tunisia. «Noi operai vogliamo regolarizzare il lavoro che svolgiamo, perché il caporale ci sfrutta, con l’appoggio delle aziende». Salem è stato sempre ingaggiato. Una volta «per due giorni, ma ho lavorato dieci», e all’Inps «non risultano le giornate». Un’altra «per tre, ma il contratto prevedeva sette giorni di lavoro». Ci mostra quindi l’ultimo foglio d’ingaggio, una roba stropicciata che tiene in tasca. «Questo va dal 13/7/2011 al 31/8/11, e finora ho lavorato solo 2 giorni. Se viene un controllo risultano due giornate vaghe, su tutto il periodo però. Se non viene, amen».
Lo sciopero tiene, dunque, compattando storie diverse e convergenti nella richiesta forte di un lavoro giusto. Una novità  in questo pezzo d’Europa: i braccianti interpellano direttamente le istituzioni (provincia di Lecce, regione Puglia) e le associazioni datoriali. Trovano una sponda nell’assistenza offerta dai gestori del campo, e un solido riferimento nella Flai Cgil.
Per comprendere la complessità  della vertenza, occorre dire che tra i braccianti alloggiati a Boncuri ci sono degli irregolari. E sono più ricattabili degli altri. Sono loro che gridano, quando alla masseria arriva qualche giornalista: «Governo italiano razzista, italiani razzisti». K, 33 anni, senegalese, urla più forte. Ci urla in faccia, ma «non ce l’ho con te», dice, «tu sei venuta a parlare con noi lavoratori, e qui soltanto noi sappiamo come funzionano le cose».
K come J come H e altri, sono la base invisibile della protesta. «Andiamo avanti. Se ci vogliono rispedire a casa, siamo pronti. Tanto i soldi per il viaggio non ce li abbiamo e questa non è vita».
I braccianti in sciopero due settimane fa hanno lasciato i pomodori nei campi (che altri hanno raccolto), compiendo un’azione forte contro il caporali, spesso loro connazionali, e le aziende che se ne servono. Le defezioni allo sciopero, nella maggior parte dei casi sono state indotte con minacce dai caporali. I più debilitati sono stati «presi» per stanchezza.
Ogni notte, intorno alle tre, nelle stradine limitrofe alla tendopoli si vedono girare i pullmini dei caporali. Fiat Ducato da nove posti, in cui però, abbassando i sedili, di persone ne infilano almeno il doppio. Raccolgono il pomodoro che resta, perché la stagione è agli sgoccioli.
Ma il gruppo di resistenti tiene. Ali, tunisino, sciopera dall’inizio. Si trova a Nardò da due mesi. «Ho lavorato solo tre giorni alla raccolta dell’anguria. Ho guadagnato il primo giorno 25 euro, il secondo 32.50 e il terzo giorno non ho superato i 35». Senza ingaggio e «con un documento falso che mi hanno dato i caporali». Poi è passato al pomodoro. «In questi giorni hanno abbassato il prezzo del cassone». Prima i grandi andavano a 4 euro a cassone e i piccoli a 6. «Per fare un cassone ci vuole un’ora. Iniziamo alle 3 di mattina e finiamo alle 7 di pomeriggio, e non guadagniamo la giornata giusta».
Nella tendopoli manca l’acqua calda e diventano frequenti i ricoveri per bronchiti. Tra i braccianti ce ne sono almeno due a notte. Spiega Mejdi, un altro tunisino. «Io sono stato ospedale per 7 giorni, ora di nuovo sto male. Quando ero lì, c’erano altri 5 ricoverati. Perché andiamo a lavorare sotto 41 gradi, poi la sera, facciamo la doccia con acqua gelata». Non si può riscaldare per tutti, non ci sono le pentole.
Ci sono poi braccianti «che stanno male perché non mangiano, e quello che possono darci le associazioni è poco. A volte latte, pasta, ma mancano tante cose. Quello che riusciamo a comprare noi lo cuciniamo con pentoloni sul fuoco». Mejdi è uno dei braccianti in sciopero. «Sì, per me conviene lottare fino all’ultimo. Speriamo di ottenere risultati anche per i prossimi anni, perché quest’anno il lavoro è finito». Mejdi arriva dalla Calabria, dove faceva l’elettricista. «La ditta mi ha ritardato per 3 mesi il pagamento, che mi deve dare. Non potevo pagare l’affitto e sono venuto per guadagnare un po’. Invece mi sto trovando in una situazione peggiore». Continua a scioperare però, anche con gli espulsi dalle fabbriche del nord.
I resistenti parlano chiaro e coralmente: «Il giorno che abbiamo iniziato lo sciopero eravamo soli. L’abbiamo sentito da soli, perché siamo noi a soffrire tutti i giorni sui campi. È un sistema sporco che ci sfrutta e discrimina». Rispondono da tavoli istituzionali alla Coldiretti, che dice che le proprie associate assumono regolarmente, e che c’è crisi. Ma nonostante la crisi gli operai sono sui campi, le aziende continuano a sfruttarli. «Noi vogliamo che i nostri diritti siano rispettati, noi vogliamo contratti veri e contatti diretti con le aziende. Non capiamo la questione del caporale che viene al campo prende i nostri permessi di soggiorno per 2, 3 e 4 settimane e va a farci contratti falsi. Non vogliamo più l’intermediazione. Vogliamo i mezzi di trasporto delle aziende. Vogliamo che le aziende vengono direttamente a ingaggiarci. Anche il contratto provinciale di lavoro non è rispettato. Vogliamo uno stipendio più alto. Vogliamo fatti, e subito».
E un risultato i braccianti lo portano a casa: diciotto di loro nei giorni scorsi sono stati assunti regolarmente dalla lista di prenotazione istituita presso il centro territoriale dell’impiego di Nardò a cui si sono iscritti dopo l’incontro di martedì scorso in Regione. Dieci di loro sono stati ingaggiati da una grossa azienda di Nardò dedita alla raccolta del pomodoro, che garantisce loro trasporto, vitto e alloggio. Altri otto (quattro e quattro) da altre due medie aziende locali, che lavorano ortaggi. Accanto ad esse, un’altra ne ha ingaggiati altri otto ma senza attingerli dalla lista di prenotazione. Ma il grosso dei braccianti che ancora lavora, lo fa sotto caporale. Sulla base di numerose denunce da loro sporte alle locali forze di polizia, la procura di Lecce ha aperto un fascicolo d’inchiesta per minacce ed estorsione a carico dei caporali (nel registro degli indagati c’è già  un nome). Dall’altra parte, le aziende dicono che c’è crisi o che il pomodoro è stato già  raccolto (e comunque non sono obbligate ad assumere dal «collocamento»). Intanto, in vista della chiusura della tendopoli, decisa per domenica dal sindaco di Nardò (perché, dice, il lavoro scarseggia), alcuni braccianti cominciano a defluire.

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SALENTO
Una protesta clamorosa iniziata il 31 luglio

 La protesta nelle campagne di Nardò (Lecce) è iniziata lo scorso 31 luglio. Una protesta clamorosa, perchè per la prima volta spontanea e autogestita dagli immigrati stessi, appoggiati dalle associazioni che gestiscono la tendopoli alla Masseria Boncuri (Finis terrae e la Brigata di solidarietà  attiva). Sfruttati nei campi della raccolta del pomodoro, pagati una manciata di euro a cassone, sempre sotto il ricatto dei caporali, i braccianti si sono ribellati. Rivendicando un salario più equo e ribellandosi ai ricatti dei caporali di turno. Un primo risultato lo hanno ottenuto nei giorni scorsi: diciotto braccianti sono stati regolarmente assunti attingendo alle liste di prenotazione presso il centro territoriale dell’impiego di Nardò a cui si sono iscritti dopo l’incontro di martedì scorso in Regione. Ma la protesta non si è fermata: a continuarla sono rimasti in un centinaio (su circa 500 persone). Mentre il sindaco di Nardò ha decretato per domenica la chiusura della tendopoli.


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