La manovra delle bollicine

La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato. La verità  è ben diversa. L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi. «Non metto le mani nelle tasche degli italiani», aveva tuonato il premier. In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà  sui redditi superiori ai 90 mila euro. Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile. Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese. La «manovra-champagne» è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa né più né meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura. Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo. E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione. D’altra parte, non poteva non essere così. Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit. Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che «in cinque giorni tutto è cambiato». Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread. Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato «toccato»: è stato totalmente distrutto. Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni «padane». Non ha spuntato niente. La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società  di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche. Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità  dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare. A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro. La rinuncia al contributo di solidarietà  (congegnato in modo iniquo perché non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse. L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale. La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà  l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra «tassa sul pensionato», ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi. Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già  la seconda manovra tremontiana. Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società  di comodo? Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa. Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista. Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi. I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile. E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità  di vantaggio. Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato «selezionato» per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella «sua» manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine. Il contributo di solidarietà  solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari. Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico. Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai). Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la «casta» che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni. La «manovra-champagne» la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli. Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia. I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna «società  degli apoti» di Prezzolini: loro non la bevono.


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