L’appello di Agnes Heller “L’Europa deve aiutarci solo così ci salveremo”

  BUDAPEST. «L’Europa deve aiutarci ad avere solidi media indipendenti. Solo così salveremo la democrazia». Ecco l’appello di Agnes Heller, la grande intellettuale ungherese.
Signora Heller, quanto è pericolosa la situazione ungherese?
«Ci vuole un volto nuovo, o un nuovo gruppo di leader democratici, che ci salvi. Non aspettiamo Godot, aspettiamo un Lohengrin come ultima speranza. Se non apparirà  entro un anno e mezzo sarà  la fine».
Perché una simile svolta autoritaria?
«In Ungheria non abbiamo mai avuto veri partiti. Fummo una democrazia solo tra la fine della guerra e il ’49 della svolta staliniana. Gli ultimi vent’anni del comunismo di Kadar furono comunismo senza comunisti, poi venne una democrazia senza democratici, oggi abbiamo un governo di destra senza veri conservatori».
Chi è allora Orban?
«Ha solo alcune somiglianze con Berlusconi. Berlusconi non interferisce come Orban nella vita degli atenei, nei teatri, all’Opera, nei media, ovunque. Fascismo e bolscevismo sono termini abusati, sebbene, ricordiamolo, siano nati entrambi in Europa, non altrove. Il governo Orban non è fascista, è un regime bonapartista: la concentrazione di tutto il potere in mano a loro, senza controlli o checks and balances. Orban crede nell’oligarchia, se ne sente parte, crede in se stesso e di conoscere il Giusto e ciò che è giusto per l’Unghiera. L’état c’est moi, la societé c’est moi. Il sistema fiscale privilegia i super-ricchi. Non abbiamo il capitalismo della libera concorrenza, ma gli oligarchi».
Un addio agli standard democratici europei?
«Sì, ma non serve il fascismo. La Fidesz è bonapartista, non razzista. Non è lo stesso. Ma conta abolire i checks and balances come hanno fatto, decidere da soli, senza alcuna voce in capitolo dell’opposizione e della società  civile. Criminalizzano vecchio regime e avversari attuali, vogliono processare l’ex premier socialista Gyurcsany. Introducono leggi retroattive. Tentano di criminalizzare noi filosofi, e tutto ciò che ha a che fare col liberalismo. Liberal significa nemico della nazione magiara, alieno, straniero. La democrazia liberale è distrutta dalla maggioranza democraticamente eletta. C’è odio verso il liberalismo. E la sua identificazione con gli ebrei e l’ebraismo, tipica del passato».
I pericoli riemergono dunque dal passato?
«Sì: ogni totalitarismo ha sempre visto le idee liberal come primo nemico, definendole tra l’altro come cosmopolitismo. La Fidesz mobilita con ideologie. Il nazionalismo. E slogan molto tradizionali: nazione, famiglia, religione. Non è totalitarismo, perché il totalitarismo vieta, loro epurano e marginalizzano. La strategia è comportarsi come se l’opposizione non esistesse. E darle la maschera del nemico della concordia nazionale, criminalizzarla secondo una fortissima ideologia nazionalista e una mitizzazione del lavoro concorde per la nazione unita».
Lei come si sente, dissidente ieri e oggi?
«Critica eterna, e poi quanto dura l’eternità ? Al fondo non ho paura. Nella guerra fredda, in Polonia e da noi, c’era ben meno paura che nel resto del blocco. Oggi la paura diffusa segna il quotidiano ungherese. Paura esistenziale per chi teme di perdere il lavoro, prima di tutto. Hanno ragione: se esprimono le loro opinioni possono essere licenziati l’indomani, giovani, padri di famiglia. Ma più hai paura più sei vulnerabile. Bisogna cercare di non avere paura, come noi voci critiche sotto Kà dà r. Ma l’indipendenza della giustizia è in via di liquidazione. Agli occhi del governo sono persona non grata, per l’opinione pubblica sono nei sondaggi che ancora escono una delle 50 donne più influenti d’Ungheria. Mi basta».
Non vi sentite lasciati soli dall’Europa?
«Si sono espressi contro la nuova Costituzione. Orban disse “non ci capiscono”. Sanzioni rischiano di far male solo alla gente, non al governo che potrebbe approfittarne dicendo “ecco la cospirazione liberal internazionale contro la nazione ungherese”. L’Europa potrebbe aiutare stazioni radio, tv, tutti i media liberal ungheresi. Allora forse arriverà  lo sperato Lohengrin, non la catastrofe».
L’Ungheria è eccezione o laboratorio?
«Orban parla di laboratorio, di questo ho paura. La sua politica può diventare attraente per altri paesi. E persino Marine Le Pen è meno a destra di lui. Bonapartismo autoritario, nazismo, fascismo, bolscevismo, sono tutte invenzioni europee, le tendenze autocratiche sono vive. È una bella tentazione governare senza fare i conti con l’opposizione. Weimar, Vichy, Mussolini sono passati ancora presenti nell’anima europea. Anche Hitler fu popolarissimo nella patria di Goethe, Beethoven e Thomas Mann. La democrazia liberale in Europa non ha tradizioni così lunghe, solo postbelliche, ecco il peccato originale. E l’Ungheria non ha tradizioni democratiche, a parte tra il 1948 e il ’49. È difficile fare i conti col passato europeo».
Quanto conta l’antisemitismo?
«In Ungheria l’antisemitismo è molto forte, ed è pubblico. Esprimere opinioni antisemite è legale, anche in Parlamento. In pubblici raduni si è parlato di piani per uccidere l’ex premier socialista Ferenc Gyurcsany in presenza di deputati di Jobbik. Dicono di me “Agnes Heller e la sua banda si considerano membri del Popolo Eletto e per questo attaccano noi ungheresi”. Parlano come lo Stuermer, il giornale di Hitler».
(ha collaborato Agi Berta)


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