Lo sciopero «separa» Camusso e Bersani

ROMA — È una manovra «sbagliata e bugiarda», «vuole cambiare l’anima di questo Paese», «senza dirlo, introduce la libertà  di licenziamento senza giusta causa» e renderà  «inevitabili» altri interventi sui conti «tra pochi mesi». Sono le undici del mattino e Susanna Camusso, berretto rosso in testa con la visiera all’indietro, da piazza Navona carica la base della Cgil per lo sciopero del 6 settembre, «in cento piazze, con cento manifestazioni territoriali». La leader Cgil nell’ordine lancia la contromanovra, «a soldi invariati» ma «con maggiore equità ». Risponde a Maurizio Sacconi che aveva definito «ingiustificabile» l’astensione, affermando che «è il governo che si è comportato in modo irresponsabile». A John Elkann chiede, «se tiene all’unità  del Paese», di rinunciare alla legge Fiat, che — dice — è una «vendetta» del governo. E soprattutto dà  un altro colpo all’unità  sindacale cui aveva lavorato: «Subiscono il fascino del governo e pensano poco a come cambiare questa manovra», dice marcando le distanze con Cisl e Uil, che di rimando rispondono con freddezza di non voler commentare.
Tirando dritto, la Cgil crea disagio nel Pd tanto che il segretario Pierluigi Bersani, alle tre del pomeriggio, dopo aver incontrato la stessa Camusso, il segretario della Uil Luigi Angeletti, il numero due della Cisl, Giorgio Santini, e il direttore di Confindustria Giampaolo Galli per costituire un tavolo con le parti sociali in vista di un «autunno caldo», prende posizione sullo sciopero: «La nostra preoccupazione principale è che non si disperda la convergenza raggiunta tra le forze sociali con l’accordo del 28 giugno». L’esecutivo — dice il segretaro — si prende «una responsabilità  micidiale se lavora sulle divergenze quando c’è bisogno di ricompattare», per questo il partito chiede che la parte relativa al lavoro sia «tolta o riformulata». Poi lancia un messaggio all’interno: lo sciopero — chiarisce Bersani — rientra nelle «strategie sindacali che sono diverse e autonome rispetto a quello che fa un partito». Una precisazione necessaria dopo il dibattito interno inaugurato da Beppe Fioroni, per il quale la scelta di scioperare è «irresponsabile». L’ex ministro dell’Istruzione ha messo in guardia il partito dal «riaprirsi della sarabanda del “io vado, io sostengo, io faccio”». Stefano Fassina, responsabile economico del partito, scenderà  «in piazza con i lavoratori», però il «punto politico è lavorare per l’unità  contro sabotaggi del governo e forse lo sciopero non è lo strumento più efficace in questo senso».
L’annuncio dello sciopero, tra l’altro concomitante con la presentazione delle 10 proposte lanciate da largo del Nazzareno per correggere la manovra, aveva smosso le varie anime del Pd: i fautori dell’opposizione con ogni mezzo, e quelli contrari agli strappi e per questo vicini alla posizione degli altri sindacati. Un punto, quest’ultimo, sul quale preme anche il leader Udc Ferdinando Casini, che definisce lo sciopero generale «un grande errore politico» che «serve ai falchi della Fiom e a quanti nella maggioranza non vedono di buon occhio l’unità  del sindacato».
In risposta a Bersani, Camusso carica le responsabilità  sul governo e su quelli, «tra le parti, che si arrampicano sui vetri dicendo che l’articolo 8 (quello nel decreto del 13 agosto relativo ai contratti, ndr) non contraddice l’accordo sui contratti aziendali». Anche nella mattinata la sindacalista era stata dura contro «chi fa accordi unitari, poi se li fa cambiare dal governo, e non ha nemmeno il coraggio di chiedere niente». Cisl e Uil, per inteso. La Cgil è consapevole del «sacrificio straordinario» richiesto rinunciando alla giornata lavorativa ai lavoratori, ma «di fronte a una situazione straordinaria», lo si chiede «oggi per non avere una condizione impossibile domani». L’obiettivo dello sciopero — ha ribadito dalla piazza a pochi metri da Palazzo Madama, dove è in corso l’iter di conversione del decreto — è «cambiare la manovra» e «se non cambierà  continueremo la mobilitazione».
A incrociare le braccia il 6 saranno pure gli aderenti ai sindacati di base, che hanno proclamato lo sciopero in concomitanza, ma in autonomia dal sindacato di corso Italia.


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Il (vero) conto dei sacrifici più pesanti

Le pensioni contribuiranno pesantemente alla manovra. Circa metà  dei pensionati, quelli che prendono un assegno superiore a due volte il minimo (circa 960 euro, ha detto il premier Mario Monti) non avranno per i prossimi due anni l’adeguamento all’inflazione, perdendo così potere d’acquisto. È una misura imposta dalla necessità  di far cassa: il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, non lo ha nascosto. Non voleva chiedere questo sacrificio, ma alla fine si è dovuta piegare alle urgenze di bilancio ed è solo riuscita a escludere dal taglio le pensioni più basse.

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