«Ora tocca a te Bashar»

 Nell’ultimo venerdì di Ramadan, il sito Rivoluzione Siriana 2011, uno dei motori delle proteste, invita a manifestare sotto lo slogan «pazienza e perseveranza». Come ogni venerdì da quasi sei mesi, migliaia di siriani sono scesi in piazza in centinaia di località  (città  e villaggi), nonostante la repressione che si è intensificata dall’inizio del Ramadan. Gli eventi in Libia hanno inspirato i manifestanti siriani: nei cortei hanno cantano «Gheddafi è caduto, il prossimo sei tu Bashar» e uno striscione ad Homs recitava «i germi (come Bashar aveva definito gli oppositori n.d.r.) siriani salutano i ratti (come Gheddafi aveva definiti i ribelli n.d.r) libici». Sette i manifestanti uccisi dalla polizia (a Deir Al Zoor, Homs, Hama, Maarat al Nauman, Duma) secondo i comitati di coordinamento delle proteste mentre l’agenzia ufficiale Sana denuncia la morte di 8 soldati uccisi da bande di terroristi nei dintorni di Homs nei giorni scorsi.

Estate inoltrata, pochi giorni alla fine del Ramadan, la crisi siriana è diventata secondo vari commentatori una «guerra di posizione» tra i manifestanti e il regime di Bashar Al Assad da cui è difficile prevedere le vie di uscita.
La violenta repressione delle proteste da parte del regime, che ha usato incredibile forza e brutalita’, causando oltre 2.200 vittime, migliaia di persone arrestate, torturate e scomparse, secondo la commissaria dell’Onu Navi Pillay, è stata la causa principale dell’allargamento della contestazione.
«Per me l’obiettivo che simboleggia il cambiamento è la caduta di Bashar, altrimenti tutti questi morti sono stati invano» afferma Wasim di Homs, la cui storia simile quella di molti giovani che partecipano alle proteste. Wasim, 30 anni, è cresciuto studiando a scuola l’ideologia del partito Baath. L’introduzione di Internet, nel 1998, ha aperto una finestra sul mondo. «Ho iniziato a discutere con altri online, sempre anonimamente. La paura era troppa, per sé e per la propria famiglia. Dopo le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto, molti erano scettici che accedesse in Siria. Ad Aprile ho partecipato alla prima manifestazione ad Homs di cui ho saputo via FB. Quando ho sentito i primi slogan, ho visto il corteo di 500 persone, non riuscivo a crederci, ho pianto. Le polizia prima ha sparato lacrimogeni, e poi pallottole». Dopo tre settimane Wasim è stato arrestato e torturato – per ore con l’elettroshock – dal mukhabarat, la polizia segreta. «Il loro obiettivo è romperti dentro. Ho visto ragazzini di 13 e 14 anni torturati. Preferisco morire che tornare in prigione». Rilasciato dopo sei giorni, come molti è tornato a partecipare alle proteste. Dopo l’arresto di un amico, è fuggito in un’altra città . «Ad Homs la situazione diventa sempre più grave. I quartieri delle proteste sono circondati da check-points, non ci si può muovere da un’area all’altra. Gli shabbiha (milizie pro-governative) sparano a caso per terrorizzare e la gente rimane in casa. Nella mia strada non si vedono giovani maschi, sono stati tutti arrestati. Vogliono spaventare per bloccare le proteste».
Dopo mesi di manifestazioni largamente pacifiche, serpeggia l’idea di ricorrere alle armi. «Sui gruppi facebook dei vari comitati locali si leggono sempre più commenti che propongono una opzione armata ma i coordinatori delle proteste insistono nel mantenerle pacifiche anche se è difficile quando ogni giorno veniamo uccisi. Io ero contrario ad un intervento internazionale ma vedendo il successo dei ribelli in Libia grazie alla Nato e la continue violenze del regime, sto cambiando idea» dice Wasim.
Ma Murad, altro oppositore, curdo di Damasco, è di opinione diversa. «L’incredibile non è che alcuni propongano di prendere le armi, ma che non sia ancora accaduto. Nelle ultimi giorni è cresciuta la pressione internazionale, diamogli tempo. Noi chiediamo protezione internazionale, diverso dall’intervento armato. Adesso è fondamentale mantenere il carattere pacifico e non cedere a violenze settarie. Il regime stesso alimenta la paura dello scontro settario come carta per presentarsi come garante e rimanere al potere».
Rancori confessionali, principalmente tra la maggioranza sunnita (75% della popolazione) e la minoranza alawuita (circa 10%), una setta dello sciismo a cui appartiene la famiglia Al Assad, sono cresciuti nel corso delle proteste ma non sono ancora divampati. Il sentimento popolare è che gli alawuiti abbiano occupato l’esercito, le forze di sicurezza, le isituzioni pubbliche ed tratto giovamento dalle liberalizzazioni economiche. «Ad Homs c’è un ospedale dove tutto il personale è alawuita, negli uffici pubblici sono impiegati soprattutto alawuiti originari dei villaggi delle montagne circostanti. Mi accorgo di odiare l’accento degli alawuiti (che pronunciano distintamente la Qaf) perché è l’accento degli agenti di sicurezza» continua Wasim. Ma Hani, giovane oppositore di un villaggio alawuita vicino Hama, afferma: «Non siamo privilegiati, ci sono molti villaggi alawuiti poveri. Questo regime è come la mafia, alcune famiglie, alawuite ma anche sunnite, hanno il potere. Molti alawuiti contrari al regime sono puniti ancora più duramente per questo».
Bashar Al Assad gode di sostegno tra le minoranze religiose, soprattutto i cristiani, che considerano il regime secolare del Baath una garanzia contro l’islamismo radicale, ma la situazione è differente a seconda delle città .


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