Mubarak a giudizio in barella l’Egitto processa il Faraone

IL CAIRO – Come si processa un faraone? Come si comporteranno con il faraone, che verrà  portato in elicottero da Sharm el Shiek al Il Cairo, gli scriba, i fedeli dignitari, i suoi ufficiali, i servi stessi che per 30 anni lo hanno ossequiato e venerato come una divinità ? Facile: oggi, per sopravvivere loro stessi e sperare di inventarsi un futuro per l’Egitto, senza esitare mettono in piedi il processo al capo del regime di cui hanno fatto parte. La dinastia in cui molti di loro si erano ritagliati le parti di carnefici o cleptomani. La storia dell’Egitto si ferma oggi senza crederci, a scrutare quella gabbia degli imputati costruita in fretta e furia nell’accademia di polizia. Nel grande compound di edifici militari a 20 chilometri dal centro del Cairo, il luogo stesso da cui Mubarak parlò al paese solo due giorni prima del 25 gennaio, il giorno in cui la rivolta contro il faraone diventò inevitabile. È la “Hosni Mubarak Police Academy”, ma naturalmente nome e cognome sono stati cancellati.
Nelle foto e nelle immagini tv del ministro dell’Interno che ispeziona il suo lavoro, la gabbia appare dura, solida, definitiva. Sbarre spesse come un avambraccio, non il solito tondino di ferro. Mubarak e gli altri imputati verranno portati nel recinto dell’Accademia nella notte o all’alba, da Sharm o dalla prigione per vip alle porte del Cairo. Il regime che era di Mubarak vuole che l’ex presidente ci sia, sia in gabbia, al massimo sdraiato su una barella: il faraone va offerto alla folla che seguirà  il processo in tv, un deputato ha detto che «lo stato dovrebbe farsi pagare i diritti televisivi dalle tv che lo riprenderanno». Il ministro dell’Interno Masri al Youm lo dice chiaramente, «lo porteremo al Cairo, il processo ci sarà , non vogliamo che la gente torni in strada a protestare perché il processo non si tiene».
La gente del post-rivoluzione ha mille altri problemi a cui pensare in un Egitto che danza sull’abisso di una crisi economica che potrebbe uccidere qualsiasi sviluppo politico. Ma il processo a Mubarak fermerà  tutti: «Ho 26 anni, ho vissuto da sempre sotto la dinastia di quest’uomo, del suo regime, ancora non posso crederci, devo vederlo», dice Manosur, uno dei ragazzi che lunedì pomeriggio abbiamo visto in piazza Tahrir, prima che esercito e polizia insieme sgombrassero ancora una volta il luogo simbolo della rivoluzione. Fino all’ultimo non sapremo se Mubarak ci sarà  davvero, la sua salute è incerta anche se il suo avvocato ha parlato ripetutamente di “stato di coma” in cui però secondo i medici del governo il raìs non sarebbe mai caduto.
Tutti si aspettano un trucco dell’ultimo minuto, ma i militari, i suoi fedeli generali, inventeranno tutti i trucchi possibili per portarcelo davvero in quella gabbia. Accanto a lui i due figli, Alaa e Gamal, l’ex ministro dell’Interno Habib el Adly (già  condannato a 12 anni per corruzione) e 6 alti ufficiali delle forze di sicurezza, accusati come Mubarak delle centinaia di morti fatti dalla polizia nei giorni della rivolta. Tutt’intorno e in città  8.000 poliziotti e blindati. Molti temono che siano proprio gli ultimi fedeli del faraone a scendere in piazza per evitare lo sfregio della gabbia di ferro. «Faremo tre cerchi concentrici di sicurezza, controlleremo tutto», dice il ministro dell’Interno.
Tutt’intorno, il paese continua a sbandare pericolosamente: venerdì i Fratelli Musulmani hanno occupato piazza Tahir con una manifestazione da un milione di persone, con loro c’erano gli alleati-nemici salafisti, il movimento islamico che il 6 maggio scorso nelle sue moschee del Cairo ha pregato per Osama Bin Laden e adesso si prepara a presentarsi alle elezioni. Considerano i Fratelli Musulmani dei moderati traditori dell’Islam, alleati di comodo nell’obiettivo finale di creare comunque uno stato islamico assoluto. Mubarak per anni aveva scelto come trattarli: carcere, torture ed esecuzioni sommarie. Loro senza processo.


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