Nei Centri attese fino a dieci mesi per la decisione sulle richieste d’asilo

by Sergio Segio | 2 Agosto 2011 7:03

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E se una volta li chiamavamo Cpt (Centri di permanenza temporanea) adesso bisogna distinguere. Quello degli scontri di Bari è un Cara, Centro di accoglienza per i richiedenti asilo. E la sorpresa, una brutta sorpresa, è proprio questa. Perché di solito sono le strutture più tranquille, o almeno così era prima delle ondate migratorie degli ultimi mesi. Nei Cara c’è chi scappa da una guerra ed ha fatto domanda di asilo politico per rimanere nel nostro Paese. Profughi che chiedono lo status di rifugiato. A Bari come a Gorizia, a Mazara del Vallo come a Salina grande, la vigilanza è soft e gli immigrati possono lasciare il centro anche se ad orari definiti. Il problema sono i tempi. In teoria qui non si dovrebbe restare per più di 35 giorni. Ma la realtà  è diversa e c’è chi, per sapere se la sua domanda è stata accettata oppure no, deve attendere anche 10 mesi.
«Stiamo studiando un piano — dice il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano — per accelerare i tempi» . Già  nei mesi scorsi sono aumentate, da 10 a 16, le commissioni che devono esaminare le pratiche. Ma evidentemente non basta. «Nei primi sette mesi del 2011 — dice ancoraMantovano— le domande sono state 45 mila, il triplo di quelle ricevute in tutto il 2010» .
Un chiaro effetto di quello che è accaduto, e sta ancora accadendo, dall’altra parte del Mediterraneo. Ma basta accelerare i tempi (se così sarà ) per placare le acque? Secondo Laura Boldrini— portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati — ci vuole una soluzione alternativa: «Chi si vede rifiutare la domanda di asilo, dovrebbe avere la possibilità  di chiedere di essere rimpatriato volontariamente e con un incentivo economico. Altrimenti rischia di finire nel buco nero della clandestinità » . E qui si arriva all’altra faccia del problema. Perché se fino a qualche mese fa i centri per i richiedenti asilo erano relativamente tranquilli, quelli per i clandestini non lo sono mai stati. Si chiamano Cie, Centri di identificazione ed espulsione, sono 13 ed hanno un capienza di 1.814 posti ma anche stavolta è una cifra ufficiale spesso smentita da un’affollata realtà . Qui la vigilanza è tutt’altro che soft. Nessuno può uscire, nessuno può entrare tranne i parlamentari, come nelle carceri.
 La Federazione nazionale della stampa e l’ordine dei giornalisti hanno protestato per chiedere di aprire quei cancelli all’informazione. E di brutte storie da raccontare ce ne sarebbero parecchie. Via Corelli a Milano, Ponte Galeria vicino a Roma, corso Brunelleschi a Torino: scontri, evasioni e digiuni sono cronaca quotidiana. Qualche mese fa i Cie erano stati duramente attaccati da un rapporto di Medici senza frontiere: «Mancano i generi di prima necessità , la sanità  pubblica è assente, in alcuni casi si usano psicofarmaci per sedare le persone» . Critiche che il governo ha respinto come «ideologiche» .
Per poi, a metà  giugno, allungare il tempo massimo di permanenza per arrivare all’identificazione. All’inizio era di due mesi, poi di sei, adesso siamo a 18, il massimo consentito dalla direttiva europea.

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