Ondata di panico nelle Borse Milano -6,6%, Wall Street a picco ora spaventa il debito francese

NEW YORK. Svanisce subito l’effimero sollievo generato dall’intervento delle banche centrali, nei mercati la paura risale ai massimi: meno 6,6% Milano, meno 5,5% Parigi, meno 5% Francoforte, meno 4,6% il Dow Jones. L’effetto-domino prosegue e il mercoledì nero, 10 agosto 2011, sarà  ricordato come il giorno della Francia: voci di downgrading, titoli bancari a picco.
Vacilla la seconda economia dell’eurozona e quinta economia mondiale. Nicolas Sarkozy è costretto a interrompere le vacanze, a stracciare le promesse simil-berlusconiane fatte agli elettori («non alzerò mai le tasse»), deve promettere lacrime e sangue perché ora il grosso bersaglio nel mirino dei mercati è proprio lui.
Una logica implacabile ieri ha guidato la nuova puntata nell’escalation del panico. L’Europa ha accennato (per poco) a un timido rialzo etero-diretto: perché martedì sera l’indice Dow Jones aveva irrazionalmente festeggiato le decisioni della Federal Reserve. Tasso zero fino al 2013, denaro a buon mercato, Wall Street aveva voluto vedere il bicchiere mezzo pieno ignorando che in quell’annuncio della banca centrale americana era implicito l’arrivo di una nuova recessione o quantomeno la crescita zero per altri due anni.
Nello spazio di poche ore un’altra emergenza ha avuto il sopravvento, fino a dominare la giornata di ieri. La logica ha ripreso il sopravvento, con questo interrogativo: come può la Francia, con le sue finanze pubbliche già  indebolite dalla crisi, reggere il costo del salvataggio della Grecia, poi forse dell’Italia e della Spagna? Come possono sopravvivere le sue banche, che detengono quote elevatissime di titoli italiani, spagnoli, portoghesi, greci? Ecco venir giù a precipizio Société Générale: meno 15%. Crédit Agricole: meno 12%. Bnp Paribas: meno 11%. Dietro di loro precipitano in Borsa le banche italiane e spagnole, deboli ma relegate al ruolo di comprimarie. Gli americani ricordano maliziosamente che la grande crisi del 2007-2008 ebbe come antefatto un mini-crac con scandalo alla Société Générale, la truffa del trader Jérome Kerviel, «la prova che quella banca non ha un controllo dei rischi esemplare», insinua la rete tv finanziaria americana Cnbc. La giostra infernale delle “voci”, ricordano sempre a Wall Street, fu quella capace di abbattere a turno anche Bear Stearns e Lehman, le due grandi vittime del crac sistemico di tre anni fa.
Inutile prendersela con le forze oscure della speculazione, quando basta l’analisi razionale dei fatti. L’interrogativo sul caso-Francia era nell’aria da giorni, almeno da venerdì scorso quando era apparsa sospetta la premura di Sarkozy nel consultare Washington e Berlino sul caso Italia. L’attivismo del leader francese nel commissariare il governo Berlusconi d’intesa con la Bce e la Merkel era sembrato fin troppo trasparente: un atto di legittima difesa, dettato dalla paura. E’ questo il problema deflagrato ieri, costringendo le grandi agenzie di rating a smentire che sia imminente il downgrading della Francia. Intanto il credit default swap, cioè il costo per assicurarsi da un rischio di bancarotta sovrana della Francia, è raddoppiato rispetto ai livelli di maggio: giudicando da quell’indicatore la solvibilità  della Francia è a metà  strada tra Polonia e Slovacchia. La Francia è meno solida del Perù! Inaudito, improbabile, ma i mercati hanno in mente uno scenario di tipo “irlandese”. Parigi non è affondata da una crisi che ha la sua origine primaria nelle finanze pubbliche: lo scenario-catastrofe invece è quello in cui Sarkozy debba dissanguare le casse dello Stato per salvare i suoi colossi bancari, proprio come è accaduto a Dublino. Tutta la giornata di ieri si avvita attorno al caso francese. E alle sue implicazioni sconvolgenti per l’eurozona. La teoria del domino prevale: dopo il primo girone dei paesi piccoli e periferici (Grecia, Portogallo), dopo la seconda ondata di sfiducia che ha colpito i mediterranei medio-grandi (Spagna, Italia), siamo all’attacco contro il pilastro francofono dell’Unione europea: Francia e Belgio. Per fortuna è stato smentito ieri, ma tutti hanno chiaro cosa vorrebbe dire un downgrading della Francia: sarebbe di fatto il declassamento dello stesso fondo-salva euro istituito per tamponare la crisi greca e le altre a venire. Quell’istituto speciale, enfaticamente battezzato come il “Fondo monetario europeo”, vive di un cuore franco-tedesco. Dai tempi del rapporto privilegiato Giscard-Schmidt, Mitterrand-Kohl, l’asse franco-tedesco è il nocciolo duro, la linea Maginot, l’ultima ridotta per resistere alla disgregazione centrifuga dell’Europa. Franà§ois Mitterrand arrivò a sacrificare i suoi programmi socialisti e il “keynesismo in un paese solo”, quando i suoi consiglieri economici Jacques Delors e Jacques Attali gli rivelarono che il prezzo da pagare era la rottura col rigore finanziario tedesco e l’uscita dal Sistema monetario europeo. E’ Sarkozy che ora deve fare argine, come i suoi predecessori deve difendere ad ogni costo l’illusione del rapporto paritetico Parigi-Berlino, sconquassato dalla tempesta perfetta della recessione globale in arrivo. Il Wall Street Journal, da sempre coerentemente euroscettico, preconizza la fuoriuscita dall’euro di una mini-unione fatta dalla Germania e i suoi satelliti (Olanda, Lussemburgo, Danimarca), il ripristino del Deutsche-mark. Fantapolitica, per adesso, ma forse è irrealistico anche Sarkozy quando annuncia ai mercati che deciderà  una nuova manovra di austerità  (nuove tasse sugli alti redditi e alti patrimoni, tagli alle spese) entro il 24 agosto. Il 24 agosto? E’ sicuro che i mercati gli concederanno una tregua così lunga? Da qui al 24 i mercati avranno troppo tempo per esasperare le contraddizioni stridenti nei conti della Francia: l’obiettivo di riportare il rapporto deficit/Pil al 5,7% quest’anno e al 3% nel 2013 si fonda su una previsione di crescita del Pil pari al 2% quest’anno, già  oggi totalmente irrealistica. Ecco che Parigi diventa un caso da manuale, la sintesi di un dramma che attanaglia tutto l’Occidente, senza esclusioni. Per questo alla fine anche Wall Street si avvita vorticosamente al ribasso, fino al tracollo di 519 punti, e questa volta è la Borsa di New York ad essere trascinata dalla forza dell’esempio europeo: de te fabula narratur, la disgrazia della Francia è in scala minore assai simile a quella dell’America. Wall Street in poche ore capovolge l’assurda lettura ottimista del comunicato della Federal Reserve: quel che conta in quell’annuncio del tasso zero fino al 2013, è l’incubo di altri due anni senza crescita che rendono irraggiungibile a tutti la quadratura dei conti pubblici.
Si è chiusa così all’insegna di un altro tracollo drammatico quella che poteva essere la giornata della riscossa delle banche centrali. La Fed di Ben Bernanke promettendo denaro facile e liquidità  generosa era parsa in grado di fare il miracolo, ma solo per poche ore. La Bce sotto la guida di Jean-Claude Trichet ha proseguito il suo onesto lavoro di pompiere, con acquisti di titoli pubblici italiani e spagnoli che hanno avuto la loro discreta efficacia. Ma per quanto? Sulle due sponde dell’Atlantico i mercati sono nella disperata attesa di un timoniere che indichi una rotta nella tempesta perfetta. Quanto sia forte l’attesa di interventi salvifichi lo ha dimostrato la breve pausa di ripresa del Dow Jones, che ieri ha temporaneamente limitato le perdite quando si è diffusa la notizia di un vertice d’emergenza convocato da Barack Obama alla Casa Bianca con il suo banchiere centrale Bernanke e il segretario al Tesoro Tim Geithner. Illusione breve perché da quel summit non è uscito alcun annuncio. I mercati odiano il vuoto: vuoto di prospettive, di visioni, di leadership, ma questa è la situazione attuale sulle due sponde dell’Atlantico. Per diverse ragioni. Nell’eurozona il vuoto è istituzionale, strutturale, codificato nei trattati: che prevedono una banca centrale ma non un governo dell’economia, e questa contraddizione è insanabile senza un passo in avanti (o indietro) nella costruzione della zona monetaria unica. In America il potere esecutivo è forte, salvo che abbia contro il Congresso: ed è questa la sciagurata situazione di Obama che tenterà  ben presto di varare manovre di sostegno alla crescita ma dovrà  vedersela con il sistematico sabotaggio della destra.
La giornata in cui la Francia ha concentrato le paure mondiali, ha dimostrato che la crisi è entrata in una nuova fase. Il primo capitolo, 2007-2008, ebbe il suo epicentro nelle banche affondate dai mutui subprime, dalle speculazioni sui titoli strutturati della finanza tossica. Il secondo capitolo tra il 2008 e il 2009: iniziò a pagare l’economia reale piombando nella recessione, mentre le finanze pubbliche venivano dissestate da costosi salvataggi bancari come il Tarp o piano Paulson (700 miliardi). La terza fase in corso, è quella in cui le finanze pubbliche sono dissanguate dal doppio-shock – recessione e salvataggi bancari. Ironia della sorte: i default sovrani, reali come quello della Grecia o temuti come quello dell’Italia e ora della Francia, fanno come prima vittima le stesse banche che furono il detonatore iniziale della crisi. Una crisi che ormai viene ribattezzata senza pudori come un ciclo lungo di deflazione e depressione, termini che tre anni fa non si osavano pronunciare.


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