“È la rivolta dei telefonini l’unico totem è il consumismo”

Londra – «La rivolta dei telefonini». Così la battezza Anthony Giddens, il sociologo inglese inventore della Terza Via, la strada riformista che a fine anni ‘90 portò al potere la sinistra in Gran Bretagna e in tutta Europa. «I telefoni cellulari sono l’arma e talvolta anche l’obiettivo dei giovani incapucciati scesi nelle strade di Londra», dice Giddens a Repubblica, paragonando il fenomeno a «quanto è avvenuto con Facebook e Twitter nelle ribellioni democratiche in Medio Oriente». Sebbene nel caso della capitale britannica sembra trattarsi di una protesta «priva di ideologia, il cui unico scopo è fare shopping».
Professor Giddens, come giudica i disordini di questi giorni?
«Èuna rivolta urbana senza precedenti, per certi versi ricorda l’esplosione di rabbia nelle periferie di Parigi qualche anno or sono, ma qui manca una precisa identità  etnica e un’ideologia riconoscibile. Premetto che i protagonisti di proteste e saccheggi non hanno ancora parlato in modo chiaro, ci vorrà  tempo per digerire questi fatti e trarne una conclusione. Ma già  possiamo dire che contengono qualcosa di ordinario e straordinario, di tradizionale e postmoderno».
In che senso?
«L’ordinario e il tradizionale è il panorama sullo sfondo: crisi economica, tagli alla spesa pubblica, incertezza sul futuro. Questi sono stati anche in passato gli ingredienti di esplosioni di rabbia urbana, nel Regno Unito e altrove. Prendiamo Tottenham, il quartiere dove è cominciata la violenza e dove io stesso sono cresciuto: è un’isola di povertà  e degrado, con alto livello di disoccupazione. Non c’è da meravigliarsi che basti una scintilla per scatenare un incendio».
Lo straordinario e il postmoderno invece in cosa consistono?
«Nella rapidità  con cui la protesta si è diffusa, nel contagio del virus di saccheggi e disordini, per cominciare. E a favorire il contagio sono le nuove tecnologie di comunicazione: i telefonini. Il mezzo con cui i giovani incappucciati comunicano, con cui si passano parola e si danno appuntamento nei luoghi scelti per provocare il caos. Un mezzo che evoca immediatamente un paragone con quanto accaduto in Tunisia, Egitto e altre piazze arabe con la protesta democratica dei mesi scorsi, diffusa tramite Facebook e Twitter, cioè attraverso canali che sfuggono a censura, polizia, potere».
Ma il premier Cameron, nel caso della rivolta di Londra, parla di “criminalità  comune”, da stroncare severamente: nulla a che vedere con il tam-tam democratico del mondo arabo.
«È vero che sono azioni criminali e che vanno fermate. Ma quando migliaia di giovani in tutte le maggiori città  del paese saccheggiano e incendiano è sbagliato definirli soltanto un movimento criminale. È un movimento senza ideologia apparente, questo sì. E senza un’identità  etnica uniforme. Ma è un movimento di giovani, anzi giovanissimi che hanno molte cose in comune: nulla da perdere, nessuna speranza nel domani, un senso di totale emarginazione”.
Perché saccheggiano?
“Perché il loro unico totem è il consumismo. I loro padri o nonni potevano protestare per un’ideale, loro protestano per andare a fare shopping. E cosa rubano? Telefonini. Televisori al plasma. Capi d’abbigliamento alla moda. A una società  che eleva il denaro a dio, che premia i banchieri con bonus di milioni a dispetto dei danni che hanno arrecato all’economia, loro rispondono dicendo: e noi facciamo shopping, ci prendiamo, senza pagare ovviamente, quello che ci piace e ci serve».
Il consumismo, la recessione, i banchieri rapaci, sono fenomeni presenti in tutto l’Occidente. Perché la rivolta è scoppiata proprio in Inghilterra?
«Qualcuno pensa che sia perché qui c’è un gap ricchi-poveri più elevato e più evidente che altrove. Ma potrebbe non esserci una vera ragione. Il punto, secondo me, non è tanto “dove” è scoppiata la rivolta, ma “se” verrà  imitata in altri paesi. Ed è certamente possibile, se non probabile, che analoghe esplosioni di rabbia giovanile si ripetano anche in altre parti d’Europa o in America».
Come dovrebbe rispondere il governo?
«A me pare ancora buono lo slogan di Tony Blair: duri con il crimine e duri con le cause del crimine. Ma è più facile a dirsi che a farsi, specie in tempi in cui i governi non hanno soldi da spendere».


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