“Stop a Merkel e Sarkozy ossessionati dal debito servono idee sulla crescita”

«Visti i risultati, era meglio se Angela Merkel e Nicolas Sarkozy non si fossero incontrati all’inizio della settimana. Avevano diffuso le più grandiose aspettative sull’esito del vertice, poi sono usciti con una dichiarazione così deludente che i mercati hanno reagito nel peggiore dei modi, punendo questa commedia che va avanti da due anni». Jean-Paul Fitoussi, economista dell’Institut d’à‰tudes Politiques di Parigi, da sempre attento osservatore di vicende europee, è furente: «Finché la Germania continuerà  ad opporsi agli eurobond, e intanto a pretendere politiche orientate solo al taglio del debito e al rigore senza preoccuparsi della crescita, e la Francia ad assecondarne gli orientamenti, le cose non potranno che andare peggio».
A quale commedia si riferisce?
«Di decisione in decisione, di vertice in vertice, si va sulla strada sbagliata: divisi e ossessionati dai debiti, senza un’idea per la crescita. E la Merkel guida quest’orientamento».
Eppure sembrava che la svolta fosse vicina, sia sugli eurobond che sulla costruzione di una politica fiscale comune. Perché si è tornati a marciare all’indietro?
«Sappiamo tutti che la soluzione, almeno parte della soluzione, sta in un minimo di armonizzazione della struttura dei sistemi fiscali e poi in una conduzione comune delle politiche finanziarie all’insegna della solidarietà . E’ la fase due dell’euro, e anche dell’Unione Europea nel complesso: non si sa più cosa deve accadere perché parta. E’ vero, Merkel e Sarkozy avevano accennato ad un minimo di avvio di questa fase, e avevano ventilato un via libera agli eurobond che sarebbero il primo tangibile, e necessario, strumento di un nuovo spirito comune. Ma nei giorni successivi il cancelliere ha fatto precipitosamente marcia indietro, dicendo che ci si muoverà  comunque nel solco dei trattati esistenti, quindi senza eurobond e con quel diabolico vincolo del 3% deficit/Pil. E’ stato un errore gravissimo. Quel che è peggio è che Francois Fillon, il primo ministro francese, le ha dato man forte e ha confermato la contrarietà  anche di Parigi, terrorizzata dall’idea di perdere sua reputazione e la tripla A».
A proposito, che ne è dell’attacco speculativo contro la Francia che era partito qualche giorno fa e aveva fatto impennare lo spread?
«L’attacco si è fermato perché il governo ha predisposto in tutta fretta un severo programma di austerity, che sarà  annunciato il 24 agosto, e i mercati l’hanno preso sul serio. Staremo a vedere: certo, con questo clima non c’è da stare tranquilli».
Torniamo agli eurobond: perché tanta avversione?
«Si approssimano le elezioni in Germania e la Merkel non vuole dare al suo elettorato, che già  è abbastanza deluso e spinge al ribasso il gradimento, l’impressione che i tedeschi debbano pagare per le leggerezze di greci e italiani».
Ma i cittadini tedeschi si rendono conto che se salta l’euro saranno i primi a soffrirne?
«Sì, ma dei due mali preferiscono il minore. In Germania sembrano non rendersi conto che per affrontare qualsiasi turbolenza mondiale bisogna stare uniti, e promuovere politiche e iniziative comuni per la crescita. Insomma, unione fiscale e politiche di sviluppo. Tutto il contrario di quello che si fa».
La sua connazionale Christine Lagarde, a capo dell’Fmi, invita i Paesi a gestire con meno angoscia il problema del debito dando spazio a politiche di crescita. Servirà  quest’appello?
«Me lo auguro, ma non sono tanto convinto. E’ una questione di equilibrio. Altrettanto vale per la natura delle ricette da proporre: devono bilanciare liberismo e interventismo statale, senza esagerare in nessuno dei due sensi. Se si eccede con la fiducia nel libero mercato i cittadini si sentono soli, hanno paura, e la paura è un pessimo ingrediente per una ripresa. Similmente, con troppi vincoli l’attività  economica si sente costretta, imbrigliata, e non può dispiegare al meglio la sua efficacia».
Ora cosa succederà ?
«Sono pessimista. Ci sono segnali pre-recessivi. I governi impongono sempre più sacrifici, dicendo alla gente: il vostro potere d’acquisto va a diminuire perché la sanità  costerà  di più, ci saranno più imposte, avrete meno benefici. C’è da stupirsi se i consumi e i mercati crollano? E’ questo il presupposto per la crescita? Oppure, guardiamo alle banche: ormai preferiscono affidare i loro surplus finanziari alla Bce anziché reimmetterli nel circuito prestandoli ad altre banche e quindi ai sistemi economici. E dalla Bce incassano lo 0,75% di interesse, meno di quanto guadagnerebbero sull’interbancario. Non si fidano più le une delle altre: è un pessimo segnale, simile a quelli del 2008. E le banche Usa sono influenzate da quest’atteggiamento: si può innescare un circuito vizioso di paralisi mondiale del debito».
Non è che dall’America arrivino segnali tanto incoraggianti.
«Però lì c’è un presidente che si è messo a capo chino a lavorare su un programma che ha al primo punto la crescita. Vedremo il 6 settembre, ma Obama è un vero leader e ha capito qual è il problema da attaccare per primo. E’ moltissimo, se guardiamo agli impacci dell’Europa».


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