Soldi e democrazia Domani tutti a Parigi

 E pensare che solo un anno fa… Fu il 30 agosto 2010 che Gheddafi, allora riverito, omaggiato e baciucchiato, sbarcava a Roma per celebrare in pompa magna il terzo anniversario del Trattato di amicizia e collaborazione fra Libia e Italia (firmato a Bengasi nel 2008 con Berlusconi), con caroselli dei carabinieri e centinaia di hostess italiane a fare da sfondo. Oggi la (ex) Guida è in fuga, esecrato, inseguito da una taglia («vivo o morto»), la sua famiglia è riuscita a farsi accettare in Algeria solo per «per ragioni umanitarie» e solo «in transito» (ieri mattina sua figlia Aisha ha dato alla luce una bambina). Fra i plaudenti e genuflessi di un anno fa a Roma, c’era anche Paolo Scaroni l’ad dell’Eni che lunedì è andato a Bengasi per firmare un memorandum con il Cnt (e sperare che francesi, inglesi e americani lascino qualcosa anche agli italiani) e che ieri ha detto a la Repubblica che «di certo nessuno rimpiangerà » Gheddafi, «né in Libia né nel resto del mondo», giustificando i precedenti affari e rapporti con il mostro con la buona ragione che «non potevamo fare altrimenti». Vae victis.

A rimpiangere Gheddafi ormai c’è solo qualche residuato della storia (fra cui di certo non l’Associazione Italiani Rimpatriati che chiede a Belusconi di «riaprire come primo dossier quello realtivo alla confisca dei nostri beni e alla nostra espulsione» nel 1970): una settantina di simpatizzanti italiani che ieri mattina hanno manifestato davanti alla Farnesina di Roma al grido di «fuori la Nato dalla Libia e dall’Italia», e il presidente a vita dello Zimbabwe Mugabe che ieri ha cacciato da Harare l’ambasciatore libico dopo che aveva riconosciuto il Cnt.
Più realistica la posizione dell’Iran, il cui ministro degli esteri Salehi ha telefonato, per la prima volta, al leader del Cnt Abdel-Jalil, per rilanciare «lo sviluppo delle relazioni diplomatiche» e annunciare il prossimo ritorno dell’ambasciatore in Libia. E fin troppo realistico il passo degli euro-deputati socialisti e democratici che hanno chiesto lo sblocco «al più presto», in favore del Cnt, dei beni libici congelati (hanno mai sentito parlare di avventure neo-colonialiste?). Chi diffida ancora un po’, oltre all’ostinata Unione africana, è la Cina (che teme di essere una delle vittime della «guerra umanitaria» Nato): all’Onu ha fermato un’iniziativa di Francia, Inghilterra e Germania che proponeva lo sblocco di beni libici per 4.5 miliardi di dollari. Ma è solo questione di tempo. Di soldi e democrazia si parlerà  molto domani a Parigi dove Sarkozy ha invitato una cinquantina di paesi per parlare della futura «Libia democratica» e celebrare la sua (di Sarkozy) vittoria. Nell’anniversario dell’ascesa di Gheddafi, l’1 settembre 1969.
I connotati dell’operazione Nato sono ormai grotteschi: nonostante il regime sia «caduto», «un graduale ritorno alla sicurezza» dei civili (ah, la «protezione dei civili»…) sia «tornato», Gheddafi è «ancora una minaccia» per cui «la missione della Nato non può considerarsi conclusa». Quindi via con i raid. Concentrati ora su Sirte, Bani Walid e Sebha, le tre città  ancora in mano ai gheddafiani (e dove si potrebbe trovare lo stesso Colonnello). Abdel Jalil, da Bengasi, ha lanciato un ultimatum ai lealisti: o si arrendono entro sabato o si andrà  a una soluzione militare. Il Cnt ha rivisto ieri al rialzo il numero delle vittime, balzate nei 6 mesi di guerra a «oltre 50 mila», contro le 20 mila dichiarate in precedenza. È vero: bisogna che resti la Nato.


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