Stagionali, l’ombra della schiavitù, la Dda indaga sul racket dei braccianti

Finisce sotto la lente della Direzione distrettuale antimafia di Lecce lo sfruttamento degli immigrati nei campi di angurie e di pomodori di Nardò. Le numerose denunce presentate nelle scorse settimane dai lavoratori a polizia e carabinieri sono confluite in un unico fascicolo d’indagine, affidato dal procuratore capo Cataldo Motta al sostituto Elsa Valeria Mignone. Nel registro degli indagati ci sarebbe già  almeno un nome, quello di uno straniero, presumibilmente un caporale che sarebbe stato già  identificato dalle forze dell’ordine, e anche delle ipotesi di reato ben precise: estorsione e minacce.

Il principale filone investigativo sarebbe nato dai racconti dei lavoratori (FOTO), i quali hanno parlato di vere e proprie mazzette da pagare al “capo nero” per entrare a far parte delle squadre che quotidianamente vengono formate per lavorare, di un pedaggio da versare per essere trasportati sui campi e di altri soldi da sborsare per avere un panino e una bottiglia d’acqua durante le ore di lavoro. Angherie generalizzate, che configurano un’ipotesi di reato ben precisa, ovvero l’estorsione, a cui si aggiunge quella ulteriormente definita delle minacce. Alcuni uomini, ospitati nella tendopoli

allestita nella masseria Boncuri alle porte di Nardò (FOTO), hanno raccontato, infatti, di ripetute pressioni fatte dai caporali per convincerli a non denunciare quanto accade tra i filari di pomodori.

Il caso più eclatante è stato quello messo nero su bianco da Ivan, il ventiseienne camerunese leader della protesta dei migranti, il quale ha formalizzato in una denuncia di essere stato minacciato di morte da un uomo che gli consigliava di convincere i compagni di lavoro a mettere fine allo sciopero che portano avanti ormai da una settimana. Oltre ad Ivan, però, anche altri uomini hanno raccontato di aver subito pressioni da parte dei caporali che, in alcuni casi, non hanno esitato ad usare i coltelli per rendere più efficaci le loro sollecitazioni.

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E se estorsioni e minacce sono i reati denunciati dai braccianti e sui quali sono già  in corso le verifiche della Dda, lo spettro di presunte illegittimità  consumate sotto il sole del Salento è molto più ampio. I raccoglitori, infatti, lamentano paghe di gran lunga inferiori a quelle previste dal contatto provinciale di lavoro per l’agricoltura, contributi non versati all’Inps e contratti non regolari. “Alcune persone – ha spiegato Ivan – sono andate all’Inps per verificare quante giornate erano state pagate e hanno scoperto che i loro nominativi non comparivano da nessuna parte. Molti contratti che i lavoratori hanno firmato sembrano falsi”. Un’altra denuncia molto grave, quella che attiene il mancato rispetto delle regole d’ingaggio, che trova conforto nelle dichiarazioni forti di Antonella Cazzato della Cgil, secondo cui “quest’anno l’attività  ispettiva degli organi deputati al controllo è stata di gran lunga inferiore rispetto al passato”.

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E se sindacati e raccoglitori denunciano, i produttori, dal canto loro, restano in silenzio, affidando alle associazioni di categoria la loro difesa. La Coldiretti, pochi giorni fa, per bocca del presidente provinciale, Pantaleo Piccino, ha ribadito la legittimità  dei contratti e dei rapporti di lavoro. La Procura, però, è già  al lavoro. E, tra le ipotesi di reato al vaglio, degli inquirenti presto potrebbe esserci anche quella di riduzione in schiavitù.


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