Tel Aviv: «Niente scuse ad Ankara per i morti della Freedom Flotilla»

  «Non accetteremo di cedere ai capricci della Turchia perché non hanno alcuna giustificazione politica o morale». Così, per bocca del suo viceministro degli esteri, Dany Avalon, lo stato di Israele ha liquidato la richiesta di scuse avanzata dal governo di Ankara per l’uccisione dei nove attivisti filo-palestinesi turchi della Freedom Flotilla 1. I nove militanti, che tentavano di spezzare il blocco di Gaza a bordo della nave Mavi Marmara, erano stati uccisi dai commando israeliani il 31 maggio 2010. Subito dopo, la Turchia aveva aperto un’inchiesta, preteso scuse ufficiali, risarcimenti e la fine del blocco economico a Gaza. In seguito, xomunq ue, una telefonata del presidente Usa Barack Obama al primo ministro turco, Recep Tayyp Erdogan – vincitore delle ultime elezioni legislative – aveva convinto Ankara a non inviare altre navi verso Gaza.
Anche Tel Aviv aveva messo in scena tre commissioni d’inchiesta, con l’intento di assolversi da ogni responsabilità  negli assassinii. In un rapporto di trecento pagine, la commissione Tirkel aveva assolto i commando e considerato l’operazione perfettamente legittima: «Questo prova che Israele è uno stato di diritto che rispetta le norme internazionali», aveva dichiarato il ministro della difesa Ehud Barak. «Forse abbiamo fatto degli errori, ma abbiamo agito per legittima difesa», avevano affermato i militari. E, all’annuncio della seconda Flottiglia, avevano diffuso dei video per pubblicizzare la bontà  dei loro metodi: contro gli attivisti, questa volta avrebbero utilizzato cannoni ad acqua anziché proiettili veri.
Le parole di Ayalon arrivano all’indomani dell’ennesimo rinvio, deciso dall’Onu, della pubblicazione di un rapporto commissionato dal segretario generale per far luce sulla vicenda, che pare sia comunque orientato a respingere la richiesta turca: dichiarare illegittimo il blocco navale imposto da Israele a Gaza e condannare l’uso della forza impiegata contro la flottiglia del 2010. «Bisogna che questa farsa cessi, non ci saranno scuse», ha aggiunto ieri Avalon. Il viceministro, che è anche esponente di Israel Beiteinu, un partito di estrema destra diretto dal capo della diplomazia Avigdor Lieberman, ha poi affermato che, in caso il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan intendesse per questo rompere le relazioni con il suo paese, Tel Aviv farà  altrettanto e applicherà  il «principio della reciprocità ».
Dopo il raid, compiuto in acque internazionali, la Turchia aveva richiamato il suo ambasciatore a Tel-Aviv, dichiarando che le relazioni bilaterali «non sarebbero mai più state le stesse» dopo anni di cooperazione. E aveva preteso delle scuse. Israele, però, si era detta pronta a esprimere «rammarico» e a versare un risarcimento «a titolo umanitario» ai parenti delle vittime, ma niente scuse né seguiti giudiziari per i propri soldati.
Le affermazioni di Avalon sono state criticate dall’ex ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore Shaul Mofaz, deputato di Kadima (opposizione centrista). Per Mofaz, il premier Benyamin Netanyahu dovrebbe mostrarsi meno rigido e cercare piuttosto un incontro diretto con l’omologo turco Erdogan. «Il governo Netanyahu – ha detto Mofaz – non legge la realtà  e non vede che la Turchia è già  una potenza regionale, destinata a diventare presto potenza mondiale».


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