Tremonti già  sentito in Procura “Io spiato? Forzatura giornalistica”

ROMA – «Una forzatura giornalistica». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, al procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, che una settimana fa lo ha ascoltato a piazzale Clodio come testimone. Dopo l’uscita su Repubblica del colloquio in cui spiegava di essersi sentito «spiato, controllato, a volte persino pedinato», la procura ha infatti aperto un fascicolo.
Si avvia così alla chiusura, un caso sollevato dallo stesso ministro. Che, davanti al procuratore capo di Roma si è trincerato dietro la formula della «forzatura giornalistica». Tremonti ha spiegato che «le dichiarazioni rilasciate al quotidiano vertevano principalmente su temi economici e in particolare sulla questione del pareggio di bilancio». Nulla sui pedinamenti, sui quali, ha ribadito, aveva già  riferito quello che sapeva ai pubblici ministeri napoletani.
E ora, mancando la denuncia della presunta vittima, tutto fa pensare che quel fascicolo, aperto contro ignoti e senza ipotesi di reato, verrà  presto archiviato. Decisione che Ferrara, che ha voluto gestire la vicenda personalmente, prenderà  nei prossimi giorni.
Il titolare del Tesoro cerca di mettere così la parola fine a questa storia. Iniziata proprio con l’intervista in cui parlava di spionaggio e pedinamenti. Motivo per cui, questo il senso di quelle dichiarazioni, avrebbe deciso di andare a vivere nell’appartamento di via Campo di Marzio pagato 8.500 euro al mese dal suo consigliere Marco Milanese. Una casa su cui ha gettato altre ombre l’imprenditore Tommaso Di Lernia, ai domiciliari per l’indagine romana su Enav che ha detto di sapere da Lorenzo Cola (uomo di fiducia del presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, ndr) che a sua volta sapeva da Milanese che un costruttore, Angelo Proietti, dava al braccio destro del ministro 10mila euro «per pagare la casa a Tremonti». Parole che hanno messo in imbarazzo il ministro che, alla fine, aveva spiegato le sue ragioni a mezzo stampa. Lasciando filtrare un pensiero che forse covava da un po’. Almeno stando alle carte giudiziarie. Il 13 giugno, sentito dai pm napoletani, Marco Milanese aveva messo a verbale che il ministro gli aveva riferito di aver avuto «uno sfogo con il presidente del Consiglio Berlusconi perché aveva saputo di essere seguito. O, comunque, negli ambienti politici si dice che stanno attuando il “metodo Boffo” anche nei suoi confronti, utilizzando intercettazioni fatte a me per le mie vicissitudini giudiziarie». Dettagli sui quali, appena quattro giorni dopo, era stato sentito, a Napoli, lo stesso Tremonti. Che, incalzato dal pubblico ministero Vincenzo Piscitelli che gli ha fatto sentire un’intercettazione tra Berlusconi e il generale Michele Adinolfi, capo di Stato Maggiore della guardia di finanza, aveva parlato di una guerra fra bande che spaccava a metà  il comando generale di via XXI Aprile. «Due cordate – si legge nell’ordinanza della P4 – che si sono costituite in vista della nomina del prossimo comandante generale del Corpo, precisa come alcuni rappresentanti siano in stretto contatto con il presidente del Consiglio». A una cordata, Tremonti ha dato anche un nome e un cognome, quello di Adinolfi. Per poi, subito, precisare, però: «non ho mai detto a Berlusconi che lui mi voleva far fuori attraverso la Guardia di Finanza».

Repubblica conferma quanto riportato nel colloquio con Tremonti, e sottolinea che è stato anzi lo stesso ministro ad insistere affinchè quelle frasi, che non sono state sinora smentite, fossero pubblicate sul giornale.


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