Wall Street boccia l’accordo sul debito spaventano downgrading e recessione

NEW YORK – Anche il Senato ha approvato ieri, con 76 voti a favore e 24 contrari (soprattutto di liberals ed esponenti del tea party), il compromesso che alza il tetto dell’indebitamento americano di almeno 2.100 miliardi di dollari e riduce la spesa pubblica di altrettanto. Senza perdere tempo, Barack Obama ha subito ratificato la legge, evitando in extremis «un default devastante», così l’ha chiamato il presidente, che sarebbe scattato alla mezzanotte tra lunedì e martedì provocando violenti contraccolpi a livello mondiale.
Ma sugli Stati Uniti continua a pendere la minaccia di un declassamento da parte delle agenzie di ratings, che da tempo ipotizzano di togliere a Washington la tripla A. E c’è sempre il rischio di un “double-dip”, cioè di una recessione-bis: tant’è vero che ieri, quasi dimenticando l’accordo al Congresso, Wall Street si è concentrata su altri dati (come la spesa per i consumi diminuita a luglio dello 0,2%) e ha visto l’indice Dow Jones precipitare sotto quota 12mila (-2,19%), mentre il Nasdaq ha perso il 2,75%. «Dobbiamo continuare il lavoro», ha esortato Obama commentando dal giardino della Casa Bianca il compromesso sul debito. «Dobbiamo riformare il sistema fiscale e il welfare – ha continuato – senza dimenticare che il nostro problema numero uno resta l’occupazione». Il tasso degli americani senza lavoro è al 9,2% e nessuno si illude che possa scendere di molto nei dati che saranno pubblicati venerdì. D’altra parte Washington è rimasta ostaggio, negli ultimi tre mesi, dei negoziati sul debito e non ha avuto né il tempo né l’energia per dedicarsi ad altro. Anche per questo si percepisce un profondo rancore da parte dell’opinione pubblica nei confronti della Casa Bianca e soprattutto dei due partiti.
Ma chi ha vinto questa estenuante battaglia sul debito? Secondo molti osservatori, sono i conservatori del tea party che hanno imposto un confronto sul tema a loro più caro, cioè il ridimensionamento del ruolo dello stato, e ottenuto un primo taglio alla spesa pubblica senza alcune tasse aggiuntive. Eppure molti di loro hanno votato contro il compromesso, considerandolo insufficiente, quasi una sconfitta. E la delusione è molto forte nella loro base. Obama invece, che domani festeggerà  a Chicago il suo cinquantesimo compleanno, ha ottenuto due risultati importanti: non dovrà  preoccuparsi del tetto dell’indebitamento prima delle presidenziali dell’anno prossimo e ha evitato un default che gli sarebbe costato la rielezione. E’ vero che ha irritato molti progressisti, ma la speranza della Casa Bianca è di riguadagnare il loro sostegno in autunno, quando il presidente insisterà  sulle tasse sui ceti più abbienti per riequilibrare i conti. «Non possiamo pareggiare il bilancio sulle spalle di chi già  subisce le maggiori conseguenze della recessione», ha spiegato ieri il presidente: «Dobbiamo eliminare i sussidi e riformare il fisco in modo che la distribuzione dei sacrifici sia più equa».
Approvata la legge ed evitato il default, il vero interrogativo per gli Usa è se sono sufficienti i tagli contenuti nel compromesso parlamentare. Le agenzie di rating avevano chiesto sforbiciate per 4mila miliardi di dollari per evitare un declassamento: l’accordo ne prevede poco più di 2mila. «E quindi non ha abbastanza mordente», ha osservato Bill Gross, gestore del più grande fondo obbligazionario del mondo, spiegando che, per stabilizzare veramente i conti, occorreranno manovre per altre migliaia di miliardi di dollari.


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