Cecilia Strada: «Ci mobilitiamo per Francesco e gli altri rapiti»

by Sergio Segio | 8 Settembre 2011 7:41

Anche nei giorni in cui l’associazione si ritrova per il suo tradizionale raduno di fine estate. Dedicato, va da sé, al giovane logista.
Trenta parlamentari hanno chiesto notizie al ministro Frattini. Vogliono sapere che sta facendo il governo per liberarlo.
Su Francesco non è stata aperta una trattativa. In mano non abbiamo ancora niente. Piuttosto mi farebbe piacere che fossero ricordati anche gli altri ostaggi che sono stati rapiti, ormai mesi fa, in Somalia e nel Sahara.
Non ti sembra che in parlamento ci sia parecchia schizofrenia? Si chiede di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rapimenti degli italiani nelle zone di guerra, e al tempo stesso si votano sia gli interventi militari, dall’Afghanistan alla Libia, che le spese per vecchi e nuovi armamenti. Per il settore della difesa sono stati stanziati 27 miliardi nel 2010, più altri 17 per i nuovi cacciabombardieri F-35. In tutto fa 44 miliardi. La stessa cifra della manovra economica di questo e del prossimo anno.
Facciamo anche un altro conto Riguarda i costi dell’aria condizionata per i militari di stanza di Iraq e in Afghanistan. Vengono spesi 26 mila dollari al minuto. Mentre noi di Emergency, spendendo 9 dollari al minuto, in Afghanistan gestiamo tre ospedali e trenta posti di pronto soccorso insieme ai lavoratori afghani. Poi, visto che parliamo di soldi, ti segnalo che le associazioni beneficiarie stanno ancora aspettando i fondi del cinque per mille del 2009. Sono 400 milioni, che il governo sta trattenendo da due anni. Non è bizzarro?
A proposito di bizzarrìe, l’anno scorso hai commentato i voti bipartisan per spese militari e ‘missioni di pace’ spiegando che, al momento delle decisioni, gli eletti dal popolo finiscono per raccontarsi un mondo immaginario. Un mondo che non esiste, ma sul quale vengono basate le scelte politiche. E oggi che si è aggiunta anche la Libia?
Continuano a parlare fra loro di un mondo immaginario, ma per i cittadini è un mondo da incubo. Quello in cui si taglia senza pietà , dalla sanità  al welfare ai servizi pubblici. Si taglia tutto, tranne le spese militari.
Fino a domenica organizzate, come sempre, incontri pubblici che denunciano le mistificazioni con cui si cercano di giustificare le guerre e le corse agli armamenti, e momenti di spettacolo con tanti artisti che si spendono volentieri per Emergency. Finirete proprio l’11 settembre.
Una data che è entrata nell’immaginario di ognuno di noi. Anche perché è stata raccontata benissimo, con le foto, le storie, le vite e le speranze di ogni vittima. È successo così anche per la strage norvegese di Utoya. Invece non succede quando qualche bomba meno intelligente distrugge un villaggio afghano e uccide 200 persone. Non ci sono le foto della ragazza incinta, del bambino di dieci anni, della famiglia spazzata via in un attimo. Non vengono raccontate le loro storie, i loro sogni, la loro povera esistenza quotidiana e il loro desiderio di vivere in pace. Il Guardian chiede ai suoi lettori dov’erano l’11 settembre. Ma nessuno chiede dove siamo stati tutti noi in questi dieci anni. Nella guerra più lunga che sia mai stata combattuta dall’Italia.

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