Così l’evasore sbanca l’Italia

MILANO – C’è il classico vascello fantasma. Il tesoretto nascosto nell’isola dei pirati. Il rame d’oro in arrivo dalla Germania. E persino una pratica motoslitta da neve intestata (il clima non è più lo stesso…) a un’azienda di agrumi siciliana. L’evasione fiscale nel nostro paese è diventata ormai una forma d’arte dove nessuna opera è uguale all’altra. Tutti ne negano la paternità : «Si figuri se incoraggio pratiche di questo genere», dicono sdegnati commercialisti e fiscalisti. La realtà  però è un’altra. Ad ogni problema (con l’erario) c’è una soluzione. E la storia quotidiana dell’evasione tricolore – raccontata dietro ovvio anonimato dai protagonisti – ha la trama avvincente, non fosse per i 270 miliardi l’anno in ballo, di una tragicomica commedia all’italiana.
«Prima regola: chiamiamola pianificazione fiscale», ci tiene a precisare un noto professionista lombardo. Lui il suo capolavoro nel ramo – o nel rame, visto il copione – l’ha bene in testa. «Di solito non faccio queste cose – assicura –. Ma come facevo a dire di no? Lui era un mio vecchio cliente. Onestissimo. Ma stufo di pagare allo stato il 65% degli utili della sua impresa». Che fare? «Mi ha raccontato come funzionava la ditta, commercio di metalli con l’estero, e in dieci minuti ho trovato la parola magica: sovrafatturazione». Così fan tutti, dicono alla Guardia di Finanza, specie le Pmi. «Gli ho consigliato di mettersi d’accordo con i fornitori dalla Germania per “gonfiare” i prezzi degli acquisti di rame. Lui pagava un milione per merce che valeva 500mila euro. Poi i venditori restituivano la “cresta” tenendosi una piccola commissione». Con un doppio risultato: far crescere le spese (e quindi calare gli utili tassabili) in Italia e costituire un piccolo gruzzolo all’estero.
Le vie del nero e delle spese pompate, del resto, sono infinite. «Ho clienti che si sono inventati consulenti alle Isole Los Roques in Venezuela – racconta un professionista veneto –. Altri che hanno sponsorizzato eventi che non si sono mai stati e famiglie che hanno scaricato sulle loro aziende tutte le spese di casa». Le chicche? «Una Ferrari Testarossa iscritta tra i beni strumentali di un’impresa di demolizioni e una motoslitta da neve tra le macchine da lavoro di un agrumeto siciliano». Tante trame, un finale: meno tasse da pagare.
Il vascello-fantasma, invece, è un classico con più sequel di “Rocky”. «Il format è semplice – spiega l’esperto milanese –. Un mio cliente ha ordinato un motorsailer da 26 metri. Quando ha calcolato quante tasse avrebbe dovuto pagare in Italia ha fatto un salto sulla poltrona!». E allora vai di pianificazione fiscale: una società  di leasing in un paradiso offshore da cui il navigatore di casa nostra ha preso in affitto il natante 12 mesi su 12. «Risparmio totale (o perdita per lo Stato, dipende dai punti di vista, ndr.) circa 25mila euro l’anno». Un giochetto che la Finanza ha sgamato, avviando quest’estate la sua personalissima battaglia navale contro gli evasori galleggianti. Le società  di comodo del resto sono un paravento ideale per tutte le stagioni e tutti i patrimoni. «Basta intestare una Spa a una fiduciaria anonima e poi conferirle case, auto, terreni – racconta un commercialista romano –. A me è capitato di farlo per scuderie di cavalli, aerei. Una volta persino per una mongolfiera…».
Eludi un giorno, eludi un altro, alla fine il nodo arriva al pettine: che fare dei soldi in nero raggranellati in anni di ottimizzazione fiscale? E qui arrivano le isole dei pirati. «Oggi non basta più portarli in Svizzera – butta lì con l’aria di saperla lunga l’esperto lombardo –. Berna ha firmato accordi fiscali con Germania e Gran Bretagna. I soldi restano figli di nessuno, nascosti dietro il segreto bancario. Ma bisogna pagarci sopra le tasse». E allora? «Sul conto corrente a Lugano non si depositano più i contanti ma azioni al portatore di una società  domiciliata altrove». L’altrove sono luoghi esotici come le isole del Canale teatro delle gesta dei filibustieri, Panama, i paradisi (fiscali) dai nomi salgariani che stanno nascendo come funghi in Estremo Oriente. Lì ci sono davvero i soldi. Lontani dagli occhi (dell’erario). Ma vicinissimi, in un mondo globale, al portafoglio di chi li ha evasi.


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