Crisi, Euro e Bce: il gran Malessere tedesco

BERLINO — Che il momento sia veramente difficile, lo si capisce dal fatto che per chiedere ai tedeschi di essere «pazienti» con la Grecia Angela Merkel sia stata costretta a richiamare alla memoria i giorni eroici dell’unificazione e a ricordare gli immensi sforzi compiuti per fare rinascere quella parte della Germania che stava al di là  della cortina di ferro. «Abbiamo impiegato molto tempo a ricostruire nuove strutture amministrative, a condividere nuove conoscenze, a fare le privatizzazioni», ha detto la cancelliera in un’intervista a Tagesspiegel am Sonntag, mettendo bene in chiaro che il governo di Atene «non può fare in una notte quello che non è stato fatto in anni». Anche se, naturalmente, «avrà  credito solo se rispetterà  i suoi impegni». Un nuovo appello ai sentimenti, dopo il forte discorso di mercoledì scorso in Parlamento in cui ha affermato che l’Euro è «molto, molto più di una valuta» e che il fallimento dell’Europa sarebbe il fallimento della Germania.
La «pazienza» è stata una delle parole chiave della cancelliera tedesca fin dall’inizio della crisi e c’è chi sostiene, come l’editorialista del Financial Times Gideon Rachmann, che «il resto dell’Europa dovrebbe essere grato della presenza a Berlino di un leader cauto e prudente». Il problema, però, sono i tanti segnali giunti in queste ultime settimane del fatto che in una buona parte del mondo politico, economico e finanziario la pazienza è ormai esaurita. Le esplosive dimissioni del capo economista della Banca centrale europea, Jà¼rgen Stark, contrario all’acquisto di titoli di stato italiani e spagnoli, sono state l’episodio più clamoroso. Ma le sue opinioni non sono isolate. «La politica non deve utilizzare erroneamente la Bce per finanziare gli Stati: è un pericolo per la stessa Bce e per l’euro», dice per esempio l’ex membro del consiglio della Bundesbank Edgar Meister. Sono in molti a ricordare, tra l’altro, che era stato lo stesso presidente tedesco Christian Wulff a definire le scelte di Eurotower «politicamente e legalmente discutibili».
La crisi greca, il rapporto tra la Germania e la Banca centrale europea e il voto parlamentare di fine settembre sul rafforzamento del Fondo salva Stati sono le tre grandi questioni che la cancelliera deve affrontare. E deve farlo circondata da avversari o quanto meno con l’obbligo di sconfiggere il dissenso all’interno della sua stessa maggioranza. In un documento della Csu, pronto per essere sottoposto al voto, si afferma a chiare lettere la necessità  di un uscita dall’euro dei Paesi che non rispettano le regole di bilancio: una mossa pensata per intensificare la pressione e costringere la Merkel ad una posizione più dura. Certo, il problema esiste e lo dimostra il fatto che secondo quanto scrive Der Spiegel lo stesso ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schà¤uble «si sta preparando al peggio» e ha dato mandato di studiare due piani per affrontare il possibile default di Atene, uno dei quali prevede l’abbandono della moneta unica e la concessione di linee di credito a Italia e Spagna da parte del Fondo salva Stati per evitare il contagio di un fallimento di Atene.
Ma ce la farà  il Fondo europeo di stabilità  finanziaria ad essere approvato in Germania senza il concorso determinante dell’opposizione socialdemocratica e verde in un Bundestag dove la Merkel ha un margine di soli diciannove voti? Non si può ancora rispondere a questa domanda. I dissidenti sono usciti allo scoperto da tempo, ma secondo quanto scrive la Sà¼ddeutsche Zeitung sarebbe in preparazione una vera e propria «rivolta» contro la linea del governo nel gruppo parlamentare del partito liberale, l’alleato di Cdu e Csu nella maggioranza nero-gialla che sostiene la cancelliera. Lo scenario è complicato anche dalla necessità  di dare seguito alla recente sentenza della Corte Costituzionale federale che ha sì respinto i ricorsi contro la legalità  degli aiuti ai Paesi indebitati ma si è espressa per un maggiore coinvolgimento del Bundestag nelle decisioni di bilancio.
Tra mille ostacoli, per la Merkel si tratta di andare avanti continuando a guardare al progetto europeo nel suo complesso. Se è vero infatti che secondo un sondaggio realizzato per rete televisiva Zdf il 76 per cento degli elettori non condivide il potenziamento del Fondo salva Stati, è vero anche che stando allo stesso rilevamento il 55 per cento degli interpellati è favorevole ad una maggiore integrazione europea. «L’opinione pubblica non ama l’euro ma non vuole sentire parlare di un’ alternativa», sostiene l’ex presidente della Federazione delle industrie tedesche Hans-Olaf Henkel. Alla cancelliera spetta però il compito di convincere i tedeschi che quella moneta unica va salvata e che per salvarla si devono pagare dei prezzi.


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