Flottiglia per Gaza, la Turchia rompe con Israele

Gerusalemme – Un rapporto dell’Onu ha acceso una delle più serie crisi diplomatiche del Medio Oriente. Dopo vent’anni di relazioni amichevoli, stretti rapporti commerciali e una strategica cooperazione militare, Israele e Turchia stanno rompendo le relazioni diplomatiche e si avviano a grandi passi verso una escalation di ritorsioni. Le conclusioni dell’inchiesta commissionata dall’Onu sul blitz israeliano del 31 maggio 2010 contro una nave turca della Freedom Flotilla, sono state respinte come «inaccettabili» da Ankara. Il rapporto Palmer definisce nelle sue 105 pagine “legale” l’embargo navale israeliano sulla Striscia – e quindi legittima l’arrembaggio dei commandos israeliani al traghetto Mavi Marmara che si concluse con 9 morti fra gli attivisti turchi – ma definisce «sproporzionato» l’uso della forza fatto dagli israeliani. La pubblicazione del rapporto, ritardata di sei mesi nel tentativo di trovare una mediazione diplomatica fra le parti ma senza esito, era stata indicata dai dirigenti turchi come la data limite per Israele per presentare ad Ankara le scuse ufficiali. Israele e il premier Netanyahu non hanno intenzione di scusarsi per quel blitz; al massimo – come ha fatto sapere il ministero degli Esteri – «esprime rincrescimento per la perdita di vite umane».
Il ministro degli Esteri turco ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore israeliano da Ankara e la «sospensione di tutti gli accordi militari» con l’ormai ex alleato. Subito dopo il blitz, Ankara aveva già  sospeso le esercitazioni militari congiunte, proibito ai velivoli israeliani il sorvolo del suo spazio aereo e richiamato l’ambasciatore.
Ieri c’è stato un vertice d’urgenza fra il premier Netanyahu, il ministro della Difesa Barak e i direttori del ministero degli Esteri, ma per una reazione ufficiale bisognerà  aspettare stasera. La crisi con la Turchia aggrava una situazione già  seria per la diplomazia israeliana. Gli occhi sono puntati verso l’assemblea generale dell’Onu dove Abu Mazen porterà  la dichiarazione d’indipendenza della Palestina che gode di una larga maggioranza di voti. Sarà  un giorno “nero” per la diplomazia israeliana, e nessuno dei suoi leader vuole essere a New York. Né il presidente Peres, né il premier Netanyahu; resta il ministro degli Esteri Lieberman che – come scrive Yediot Aaronoth – «è meglio per Israele che stia a casa sua». E la sedia di Israele all’Onu non può restare vuota.


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