Fossa comune, orrore a Tripoli 1700 cadaveri nel carcere del raìs

TRIPOLI – Laceri brandelli di stoffa intrisi di sangue e scoloriti dal tempo. Quel tempo che però non è riuscito a cancellare né il nome – Abdul Salem el Meddaj – dell’uomo che li indossava, né il foro del proiettile che l’uccise quindici anni fa. La prova di un omicidio, forse addirittura di un massacro. Abdul era infatti uno dei detenuti di Abu Salim, il carcere dove Gheddafi internava e torturava i suoi oppositori. Lo stesso nel quale nel ‘96, e in un solo colpo, ne avrebbe fatti ammazzare più di 1700. Cadaveri poi interrati nell’immensa spianata al di là  dell’alto, bianco muro di cinta del penitenziario e i cui resti iniziano ad affiorare da una delle più agghiaccianti fosse comuni mai scoperte.
È pomeriggio inoltrato e in questo “cimitero” senza lapidi alla periferia di Tripoli, portato ieri alla luce dagli attivisti del Cnt, teschi, tibie, femori, costole sono ammucchiati qua e là  alla rinfusa sotto lo sguardo smarrito di centinaia di persone. I familiari di quelle vittime accorsi lì nella speranza di ritrovare un padre, un fratello, un amico di cui non avevano saputo più nulla. Ma siamo soltanto all’inizio di un’impresa titanica, l’area è di almeno un chilometro quadrato e ci sarà  ancora da scavare per chissà  quanto tempo.
Mohammed Sharif ha combattuto e rischiato la vita su più fronti di questa guerra di liberazione, ma confessa di essersi sentito mancare quando si è improvvisamente «e come per miracolo» trovato tra le mani la tuta del suo vecchio amico Abdul Salem. Tuta che ora stringe al petto come una reliquia. «Porterò questo mucchietto di stracci alla sua famiglia a Misurata, non posso fare altro, glielo lo devo». Anis Nasser, 23 anni, è lì per suo padre Salem di cui ha solo un vago ricordo. «Avevo due anni – racconta – quando la polizia di Gheddafi ce lo portò via. Era uno studente di ingegneria, un sognatore, uno che non sopportava la tirannia. Forse ora potremo finalmente piangere su una tomba».
Khaled Sherif, portavoce del Consiglio militare, non ha dubbi: «Siamo di fronte alle inconfutabili prove dei crimini dal regime di Gheddafi». Un comitato tecnico avrà  il difficile compito di identificare i corpi, sui quali sarebbe stato versato dell’acido per impedirne l’identificazione. Salim al-Farjani, esponente del Cnt lancia un appello alla comunità  internazionale «perché ci aiuti nella difficile impresa di dare un nome ai resti di più di 1.700 persone». Diverse organizzazioni in difesa dei diritti dell’uomo avevano già  denunciato l’assassinio, nel 1996, di diverse centinaia di prigionieri nel famigerato penitenziario di Abu Salim. Il massacro, avvenuto probabilmente per reprimere una sommossa, è stato indirettamente all’origine della rivolta di febbraio, cominciata nell’est della Libia, trasformatasi poi via via in un conflitto contro il raìs e il suo quarantennale strapotere. Le prime manifestazioni a Bengasi si erano infatti verificate per protestare contro l’arresto del legale dei familiari dei detenuti uccisi.


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