IL BALLETTO DELLO ZAR

E, a spiovere, scanni e panche laterali. Nel secondo, il capo è il capo sia che sieda sul trono sia che si aggrappi a uno strapuntino o si accomodi in tenda sdegnosamente respingendo ogni alloro. La Russia attuale è il paradigma del genere secondo.
Da undici anni il capo della Federazione Russa è Vladimir Putin. Per otto anni (2000-2008) da presidente, poi da primo ministro (2008-2012). Oggi sappiamo che dovrebbe restarlo per almeno altri sei anni, a partire dal marzo prossimo, scambiandosi di posto con l’attuale presidente Dmitrij Medvedev, il numero due provvisoriamente insediato da Putin sulla poltrona numero uno. Ma nel caso di Medvedev – in contrasto con la tradizione dell’impero russo, di cui la Federazione è versione ridotta ma autentica – non è il Cremlino a segnare il carisma dello zar, perché il vero imperatore, in questi quattro anni, è stato il primo ministro, pur espulso dalle sacre mura.
Putin fu costretto al “sacrificio” per rispetto della costituzione, che gli impediva il terzo mandato consecutivo. Un emendamento alla legge fondamentale ha nel frattempo esteso il limite del mandato presidenziale da quattro a sei anni. Se Putin vincerà  le elezioni del marzo prossimo – e non si vede come possa perderle – potrebbe quindi aspirare a restare al Cremlino fino al 2024, quando avrà  solo 72 anni, meno del suo attuale omologo e amico italiano. In teoria, nulla vieta a Putin e a Medvedev di esibirsi in ulteriori minuetti sessennali, alternandosi nelle due cariche finché Dio vorrà  concedere loro salute ed energia.
Lo scambio di posto annunciato dal tandem pietroburghese davanti al festoso congresso del partito dominante – Russia Unita – pone fine alle chiromanzie degli analisti intorno a chi comanderà  a Mosca nel futuro prossimo. E, forse, molto meno prossimo. Putin ha rivelato che tutto era stato deciso «da tanto tempo, alcuni anni fa». Probabile. Non c’è però dubbio che il suo junior partner abbia giocato per qualche tempo con l’idea di restare al Cremlino anche dopo il 2012. E non da prestanome o scaldasedie, ma da vero leader. Forse perché da modernizzatore, quale si picca essere, avrebbe così riportato la Russia nella prima macrocategoria politologica, meno incompatibile con i canoni della democrazia.
In questi anni, Medvedev ha inutilmente cercato di costruirsi una sua semiautonoma base di potere. Rischiando serie frizioni con il capo/primo ministro. Il quale, a un certo punto, ha preteso che le conversazioni fra i due, prima alquanto informali, venissero protocollate, in modo che eventuali scarti del presidente dalle decisioni prese (o dettate dal capo del suo governo) restassero agli atti.
Ma per l’opinione pubblica russa, e per i potenti del mondo, l’interlocutore numero uno è restato sempre Putin. Il quale ha certamente perso in popolarità , non fosse che per gli effetti della crisi finanziaria e per la confermata incapacità  del sistema da lui guidato di strutturare il Paese come una efficiente e moderna economia, non solo un superfornitore di materie prime. Oggi poco più del 50% dei russi continua ad avere fiducia in lui. Basterà , salvo impensabili sorprese, a vincere le elezioni presidenziali in marzo.
Putin si è già  ritagliato un posto di rilievo nella storia del più grande Stato al mondo. Ha impedito che la Federazione Russa si disintegrasse come l’Unione Sovietica, dopo la patetica parentesi elziniana. Ha rimesso in riga alcuni oligarchi che pensavano di fare il comodo loro con le ricchezze del Paese o nutrivano ambizioni politiche (in tal caso, vedi Khodorkovskij, sono stati confinati in prigione o, vedi Berezovskij, consigliati all’esilio). Ha ristabilito insomma la “verticale del potere”, alfa e omega dell’impero russo.
È lecito dubitare che Putin possa però scrivere la pagina successiva, spesso evocata da Medvedev, meno dal suo capo: la trasformazione della Russia in uno Stato di diritto relativamente democratico. E insieme, in una grande potenza a tutto tondo, non solo militar-nucleare ed energetica, ma tecnologica e industriale. Forse la Russia è troppo vasta, i russi troppo pochi per attingere tali traguardi. E i cittadini che rieleggeranno il nuovo/vecchio zar non sono troppo interessati alla democrazia, alle cui promesse molti preferiscono la sicurezza di una mano forte. Sentimento condiviso da buona parte dei leader occidentali, i quali pure non mancheranno di criticare in pubblico il gioco russo delle due carte. In cuor loro concludendo però che, in questo mondo fuori controllo, una Russia nelle mani di un manovratore autoritario, ma autorevole e sperimentato, è più rassicurante di un colosso in preda a una lotta di potere senza esclusione di colpi.
A meno che proprio l’eccesso di conservazione e di concentrazione del potere non riproduca, prima o poi, quel caos russo che a suo modo Putin seppe stroncare. Difficile immaginare, in tal caso, che un altro Putin possa salvare la Russia. E noi.


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