La Cgil ha riempito le piazze. E la parola d’ordine è “futuro”

ROMA – Mancano pochi minuti all’una e il popolo dello sciopero generale sciama su via dei Fori Imperiali verso i pullman della Cgil. Altri manifestanti raggiungono la metro, altri ancora sono arrivati in treno e tornano alla stazione Termini. E c’è perfino chi ha fatto il percorso in bicicletta, dal centro. Molti cantano “Bella ciao”, sulle note dei Modena City Ramblers. Tutti hanno appena finito di applaudire il segretario, Susanna Camusso, che ha parlato dal palco, davanti all’arco di Costantino, pochi passi dal Colosseo. E c’è un’aria allegra. L’aria di chi sente di aver fatto il proprio dovere. “Sempre forti e sempre grandi”, grida Armanda De Angelis, 62 anni, ai compagni dell’autobus che sta per ripartire per Guidonia. E poi si gira verso alcuni ragazzi: “Io sono qui per voi, per il vostro futuro, contro la minaccia all’articolo 18. E sono qui per la figlia di una mia amica, una giovane biologa, che ha perso anche il lavoro da precaria e ora è costretta a partire per l’Olanda”. 

Il tema del futuro è centrale in tutti i discorsi: dei sindacalisti come dei manifestanti scesi a protestare in 100 piazze, da Milano – con comizio conclusivo in piazza San Babila – a Palermo. Da Bologna – teatro piazza Maggiore, con il presidente della Regione Errani – a Bari. Da Torino – dove alcuni No tav hanno provato a salire sul palco di piazza San Carlo – a Firenze. Da Napoli – dove 8 poliziotti sono stati feriti dal lancio di petardi (ma la manifestazione era quella indetta da Cobas e Usb) – a Palermo (qui nel corteo alternativo degli autonomi sono partite uova contro la Mondadori). Ha un sapore antico, invece, la polemica sulle cifre. Per evitare il solito balletto, la Cgil ha preferito non fornire stime sui partecipanti ai cortei. Ma c’è, anche stavolta, lo scontro sull’adesione. Con il sindacato che parla del 60 per cento (circa il 70 per cento nei trasporti, con punte dell’80 per cento in Fincantieri e del 70 nello stabilimento di Emma Marcegaglia a Mantova ). E governo e aziende che snocciolano cifre modestissime. La Fiat sostiene che l’adesione media, negli stabilimenti italiani, è stata del 15 per cento; secondo il ministro  Brunetta, la percentuale è stata del 3,6 per cento nella pubblica amministrazione, Sacconi se la cava parlando di una protesta minoritaria, con partecipazione bassissima (mentre sull’articolo 8 della manovra – che introduce le deroghe allo statuto dei lavoratori – a manifestazione ancora in corso Sacconi fa sapere: “Non ci rinunciamo, non se ne parla”). Di sicuro, sul fronte dei trasporti, sono stati penalizzati soprattutto i voli, con 200 cancellazioni tra arrivi e partenze negli aeroporti di Roma e Milano.

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Ma torniamo al futuro. “Il Paese non merita questa manovra – ha scandito dal palco Susanna Camusso – perché è irresponsabile: non c’è un’idea sul futuro del Paese e sulla crescita”. E’ stato questo uno dei passaggi più applauditi di tutto l’intervento, dal palco di Roma. Così come la piazza è esplosa in un boato all’annuncio di una guerra a tutto campo contro le deroghe all’articolo 18. “E’ una vergogna, se il parlamento non stralcia quella norma – dice il segretario della Cgil – deve sapere che useremo tutte le iniziative che sono possibili, la corte costituzionale, la corte di giustizia, le cause, tutto…” E ancora: “Ci hanno detto di non scioperare, ma se non ora quando?” Nel costruire questo futuro il Paese – sembra di capire – non potrà  certo contare sull’unità  sindacale. Quando Susanna Camusso cita “i cugini di Cisl e Uil” dalla piazza vengono giù fischi e boati di disapprovazione.

E di futuro – e di bambini – parlano i tanti striscioni che fanno riferimento alla scuola. “Da oggi diremo ai nostri bambini: spingi, se vuoi un po’ di posto”, c’è scritto su un cartello. E su un altro: “Alemanno e Polverini tagliano i diritti dei bambini”. Maria Imperiale, educatrice in una scuola per l’infanzia, spiega che le classi stanno diventando sempre più un pollaio. E Paola dice che non sa come pagare la retta per il nido, e pensa quasi che sia meglio rinunciare al lavoro da mille euro al mese. E che con i tagli agli enti locali sarà  anche peggio.

Mille euro al mese anche per Alessandro Vivarelli, informatico e precario da 12 anni. “Significa 12 anni senza malattia, senza ferie”. E per fortuna che c’è il lavoro sicuro della compagna, Cristina. C’è Umarò, immigrato del Senegal, che vende libri di poeti africani: “Ma la crisi si sente – racconta – la gente compra sempre di meno”. Alessandro, di Civitavecchia, il lavoro l’ha perso un anno fa: un tempo determinato alla Regione. “A quelli come me questa manovra non offre alcuna prospettiva”. E c’è chi si dice spaventato: “Come faccio a non avere paura con un governo che cambia la manovra quattro volte in poche settimane”, dice quasi gridando Pietro D’angelo, lavoratore del commercio. 

Tante storie, tante facce della crisi. La politica, in questa giornata, sta un po’ a margine. Si vedono il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che stringe tante mani e chiede “elezioni subito”; il numero uno di Sel e governatore della Puglia Nichi Vendola, che tra l’altro firma il referendum sulla legge elettorale. Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. E poi sfilano le bandiere della Federazione della sinistra. Ma è per Pier Luigi Bersani che il corteo si scalda di più: perché in tanti vorrebbero parlargli, e dare suggerimenti, e fare critiche. Un gruppo di signore grida al segretario: “Liberateci”. Bersani fa sì con la testa e poi aggiunge: “Ma questi li abbiamo votati noi…”. Il leader del Pd chiede di correggere la manovra, di tagliare innanzitutto l’articolo 8 con le deroghe allo statuto dei lavoratori, di avviare un percorso di transizione. Nel corteo c’è chi gli dà  subito ragione, come Maurizio Fideni. “Davanti alla crisi è importante dare una prova di unità , partecipando a un governo di solidarietà  nazionale”, dice all’amico Eugenio, che però vede l’ipotesi come una sciagura. E c’è chi spera solo in Napolitano: “Libera nos a malo”, recita un cartello rivolto al capo dello Stato”.

Ora, dopo la piazza, la palla passa alla politica. “Noi il nostro dovere l’abbiamo fatto”, dicono Cinzia e Mario, che vanno via mano nella mano.


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