La modernizzazione forzata del Xinjiang

KASHGAR.Le due bande incrociano i loro passi sotto le luminarie in stile Las Vegas di Renminxi Lu, la via che taglia a metà  Kashgar: a nord i quartieri abitati dagli uiguri, a sud quelli degli han. Pugni, calci, poi la fuga, subito interrotta dai poliziotti che caricano sulle camionette i ragazzi han. Da quando, alla vigilia dell’ultimo ramadan, due attentati uiguri hanno ucciso una quindicina di persone in questa città  sull’antica Via della Seta, la tensione tra le comunità  sfocia spesso in scontri come quello a cui abbiamo assistito l’altra sera. Risse e aggressioni che svelano quanto sia precario l’equilibrio sul quale il governo di Pechino sta costruendo una zona economica speciale destinata a cambiare per sempre il volto di quest’oasi ai margini del deserto del Taklamakan.

Il rumore continuo di trapani e martelli ha soppiantato il suono di dutar e rawap, gli strumenti a corda dei musicisti uiguri, scomparsi dalle strade. Le gru e gli scheletri dei grattacieli incombono perfino sull’area alle spalle della moschea di Id Gah, nella città  vecchia, ma la trasformazione che stravolgerà  l’intero Xinjiang sta prendendo forma qualche chilometro a sud e arriva fino a Khotan, la città  della giada verso il confine con l’India che tre mesi fa è stata collegata a quella che i cinesi han chiamano «Kashi» con una ferrovia.
Il progetto, annunciato dal Partito comunista (Pcc) nella primavera dell’anno scorso, si chiama «assistenza associata»: diciannove province della Cina hanno unito le loro forze «per aiutare» il Xinjiang, tuttora una delle aree più povere della Repubblica popolare. Il piano prevede una durata quinquennale e investimenti nei settori dell’edilizia, dell’industria e delle infrastrutture. Per i leader del Pcc, «lo sviluppo e la stabilità  del Xinjiang hanno un valore strategico per l’intera Cina». Per questo a fare da apripista sono state chiamate decine di aziende di stato, che tra il 2011 e il 2015 raddoppieranno gli investimenti in campo petrolifero, petrochimico, minerario ed elettrico, portandoli a 991 miliardi di yuan (112 miliardi di euro).
Le cifre reali probabilmente non saranno rese pubbliche presto, perché quello dell’equilibrio demografico nella regione (fermo a 10milioni di uiguri e 8,4 milioni di han, secondo i dati ufficiali del 2010) è un tema estremamente delicato, ma è evidente che per sostenere una crescita così impetuosa sarà  necessario l’afflusso di milioni di immigrati dall’interno del Paese. Una parte delle case che li accoglieranno sono già  pronte: migliaia di villette con tetto a spiovente, pannello solare e ampio cortile tutte uguali, protette da telecamere a circuito chiuso e mura di cinta. Casermoni di 20 piani, pagode e laghetti artificiali come nei paesi d’origine nello Shandong, Guangzhou, Zhejiang, spuntati dove prima c’erano solo cotone, grano e girasoli. I campi per fare spazio ai nuovi arrivi sono stati confiscati, previo indennizzo, ai contadini uiguri. E non si contano le dispute territoriali che alimentano il risentimento contro l’autorità  tra una popolazione in gran parte rurale che si vede cancellato sotto gli occhi il proprio modello di vita.
Con la crisi che smorza la domanda da Europa e Stati uniti, la Cina sta riorientando le sue esportazioni: uno dei mercati su cui puntare di più ora è quello centroasiatico, di cui il Xinjiang costituisce la porta d’ingresso. Le opportunità  di investire in una regione con manodopera a bassissimo costo e ricevere dal Xinjiang manufatti a prezzi stracciati sono state illustrate nell’Expo centroasiatico appena conclusosi a Urumqi, il capoluogo regionale.
Di fronte a cambiamenti così impetuosi, fa impressione sentire uiguri già  rassegnati a rimanerne ai margini. «Come al solito, i posti di lavoro ben remunerati e gli incarichi dirigenziali, verranno assegnati agli han», sostiene Ekber, 30enne insegnante presso una scuola uigura di Kashgar. Nel cotonificio Yageer, che nell’«area di nuovo sviluppo» alle spalle dell’aeroporto lavora a pieno ritmo con le macchine dell’italiana Savio, quasi tutti gli operai sono uiguri. I loro salari? Partono da 300 yuan (circa 35 euro) al mese.
Oltre alle restrizioni alla pratica religiosa, le «discriminazioni» sul lavoro rappresentano l’altra fonte di risentimento che alimenta l’indipendentismo, una minaccia intollerabile per Pechino in una regione grande 1/6 dell’intera Cina, con frontiere con otto Stati e ricca di petrolio, carbone e uranio. Già  in passato, quando la dinastia Qing spedì per la prima volta un numero consistente di coloni e soldati nel sud della regione, i musulmani si ribellarono. Nel 1865 presero Kashgar e il loro leader, Yakub Beg, si autoproclamò sovrano di un regno indipendente che fu riconquistato dalle truppe Qing soltanto 13 anni dopo. Nel 1884 il Xinjiang fu annesso ufficialmente all’impero cinese. Da allora le rivolte nel nome dell’islam non sono mai cessate.
Dopo gli attacchi del luglio scorso, è stata lanciata la campagna anti-terrorismo «Colpire duro», denominazione utilizzata già  nel 1996 per un’offensiva contro il separatismo che finì per causare un inasprimento dello scontro. Nelle intenzioni del governo «Colpire duro» terminerà  alla fine di questo mese: nelle vie d’accesso a Kashgar e nelle strade del centro sono ben visibili i posti di blocco di polizia ed esercito, mentre i rambo delle forze speciali Swat presidiano il centro commerciale e il ristorante colpiti due mesi fa. Agenti uiguri disperdono gli assembramenti di ragazzi uiguri che si riuniscono a chiacchierare intorno a Id Gah. E sono arrivate le prime quattro condanne a morte per i fatti del 30 e 31 luglio.
La rivendicazione del «Turkestan islamic party» sembrerebbe rafforzare la tesi dei funzionari locali del Pcc, che hanno puntato l’indice contro «terroristi addestrati in Pakistan». Ma per gli uiguri quest’accusa mira a giustificare l’inasprimento della repressione verso qualsiasi forma di dissenso. «Come potremmo andare in Pakistan – dice Muradil, un camionista di Kashgar – se per noi uiguri ottenere il passaporto è quasi impossibile?». Però ormai in molti credono che esistano gruppi, autoctoni, pronti a compiere azioni armate. E Muradil sottolinea che tutti gli arrestati, una decina, «hanno un’età  compresa tra i 18 e i 25 anni». Come in occasione dei moti di Urumqi nel 2009 (200 morti) anche a Kashgar sarebbero stati i giovani i protagonisti della rivolta, in questo caso violenta e premeditata.
Un grattacapo non da poco per il nuovo segretario regionale del Pcc, il 57enne Zhang Chunxian. Succeduto nella primavera dell’anno scorso, proprio mentre veniva lanciato il programma di «assistenza associata», a quel Wang Lequan che aveva tenuto in pugno il Xinjiang per 15 anni. Dagli uiguri Zhang si è fatto apprezzare non solo come goloso di tunur kawap – gli spiedini di carne di capra cotti in forni di pietra che ha gustato ripreso dalle tv locali – ma anche per le politiche di sostegno statale ai gruppi più svantaggiati (uiguri) che nell’ultimo anno hanno riversato nella regione oltre 100miliardi di yuan (più di 10 miliardi di euro).
L’autorevole Caijing sostiene che «nel contesto della globalizzazione e della modernizzazione, il Xinjiang ha urgente bisogno di una nuova esperienza politica e nuove idee per governare». E Zhang, sottolinea la rivista economica, ha provato a cambiare l’approccio «mantenere la stabilità  è il nostro obiettivo prioritario», sostenendo che la «stabilità » non può essere usata per sequestrare la società .
All’interno del partito si starebbe discutendo della necessità  di superare la mentalità  «noi contro loro» e di modernizzazione per tutti i gruppi etnici. Per Caijing «immaginare una distribuzione ragionevole della ricchezza e permettere alla minoranza uigura di condividere i frutti dello sviluppo è il fattore che determinerà  il successo o il fallimento del rapido sviluppo del Xinjiang».
Come dice Ekber: «Noi giovani uiguri di Kashgar non possiamo più aspettare».

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ESTREMO OVEST
Una regione ad autonomia limitata

 Musulmani e turcofoni, gli uiguri – una delle 55 minoranze etniche della Cina – sono una popolazione centroasiatica. Vivono nella «Regione autonoma uigura del Xinjiang», nel Nord-Ovest della Repubblica popolare. Circa il 90 per cento degli uiguri si concentra nel Sud del Xinjiang, nell’Altisheher, le «sei città » ai margini del deserto del Taklamakan che rappresentano la culla della loro cultura. Alle coppie uigure – in deroga alla politica del figlio unico – è permesso avere due figli (per quelle che risiedono in città ) o tre (per i contadini). Il loro ingresso all’università  è agevolato da un sistema di quote e dalla possibilità  di accedervi con votazioni ai test d’ammissione più basse rispetto agli han. La pratica religiosa subisce forti restrizioni: ai minori non è consentito entrare in moschea, gli imam sono scelti dallo Stato, i permessi per il pellegrinaggio alla Mecca accordati col contagocce. Quella del Xinjiang è un’autonomia limitata: le decisioni più importanti sono prese dal segretario regionale del Pcc.


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