L’amarezza del Cavaliere Nel partito sale la tensione

ROMA — La botta era attesa, ma che fosse così forte non se l’aspettava nessuno. «Più che un avvertimento, quello di Bagnasco è un de profundis», dice un peso massimo del Pdl, in linea con quanto sussurra un ministro: «È in atto un’accelerazione imprevista, non c’è più tempo da perdere: i vescovi ci dicono che il cambiamento deve essere ora, o sarà  troppo tardi».

Serpeggia il panico, insomma, nell’ala moderata e cattolica del centrodestra, quella maggioritaria per intendersi. Ieri concitate riunioni (a Roma sotto il Campidoglio, nei pressi di Montecitorio così come a Milano) si sono alternate a infuocate telefonate: «Adesso che facciamo?», il tenore degli sms di ministri e big del partito, che da Arcore ricevevano segnali poco incoraggianti: il premier si sta concentrando sulla questione economica, è il caso Tremonti che vuole risolvere, ovviamente la prolusione del cardinale Bagnasco lo ha colpito, anche ferito e — senza giri di parole — fatto «infuriare», ma lui non cambia idea: «Nessuno mi costringerà  ad alcun passo indietro: se ci riescono mi sfiducino in Parlamento, e in quel caso si va a votare. Io non ho niente di cui vergognarmi, dovrebbe farlo chi mi ha perseguitato e spiato nella mia vita privata che è stata completamente distorta da quello che è venuto fuori da conversazioni estrapolate».

«Il fatto — dice chi gli parla — è che lui è convinto davvero che l’unica cosa sporca è stata commessa ai suoi danni, con le intercettazioni. E di scusarsi non ha alcuna intenzione». Ma questo atteggiamento, che pure ieri gli veniva consigliato da una parte dei suoi fedelissimi che minimizzavano perché «alla fine passerà  anche questa, meglio non replicare e far decantare, in fondo il cardinal Bertone non ha parlato ma lo ha fatto solo Bagnasco…», sta cominciando a provocare problemi sempre più seri all’altra componente, quella secondo la quale la strategia dell’andare avanti ad ogni costo senza una scusa, un annuncio almeno di passo indietro, un ricambio visibile «ci distruggerà : ci volteremo e vedremo che dietro non abbiamo nessuno».

E dunque, rigorosamente off the record, sono più d’uno i big del Pdl a dire che «ora basta», che «la pazienza ha un limite», che il premier «va convinto» a fare «almeno il passo che ha fatto Zapatero: annunciare le sue dimissioni, la sua uscita dalla politica e anticipare il voto», magari annunciando prima quali riforme intende fare subito e con scuse accettabili, sulla falsariga di quelle pronunciate da Strauss-Kahn. Perché, spiegano, il messaggio partito dalla Chiesa — e sommato a tutti gli altri, quelli di Confindustria, sindacati, Paesi amici, istituzioni economiche — è di quelli che non possono rimanere senza risposta.

Raccontano infatti che nei giorni scorsi il tentativo di Gianni Letta di addolcire quello che si sapeva sarebbe stato il duro discorso di Bagnasco, è caduto nel vuoto per mancanza di smentite assolute o spiegazioni plausibili anche rispetto a rivelazioni che hanno indignato l’intera gerarchia e di cui si è chiesto conto: episodi come quelli del presunto uso sacrilego del crocifisso durante le feste ad Arcore, o di spogliarelli in abiti da suora, che sarebbero stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quella goccia che allontana sempre più un possibile alleato — Pier Ferdinando Casini — già  dato in forte crescita nei sondaggi riservati del Cavaliere e unica à ncora di salvezza per un Pdl che, oggi, teme il voto come il Giudizio Universale. Che lo vede vicino, ma che non ha chiaro ancora da cosa potrebbe essere provocato «se non da una rottura con Tremonti: quella sarebbe la fine del governo, ma stiamo lavorando tutti per evitarla».


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