«Basta, il governo pensi subito alla crescita»

MILANO — «Non vogliamo più tollerare una situazione di stallo. Non vogliamo più tollerare che non si decidano le grandi cose perché si ha paura di scontentare una parte dell’elettorato o questo o quell’alleato. Non vogliamo più tollerare che si nascondano i problemi». Lo dice ormai ogni giorno, Emma Marcegaglia: «Ci stiamo giocando il Paese». E poiché davvero ora «non c’è più tempo» eppure — come ripete anche davanti agli imprenditori fiorentini — il governo e in fondo tutta la politica sembrano pensare solo «a vivacchiare», la scossa proverà  a darla Confindustria. La rilanceranno loro l’operazione-verità  sollecitata «senza esito» al Palazzo «dal presidente Giorgio Napolitano, con cui sono totalmente d’accordo». Saranno loro a stilare il programma che si aspetterebbero dall’esecutivo se l’esecutivo si decidesse a «smettere di dire che stiamo meglio di altri» e a fare «quello che serve per dimostrare che siamo un Paese serio».

Nasce così il «Manifesto delle imprese per salvare l’Italia» che Marcegaglia ha annunciato ufficialmente ieri. La base sono le linee discusse dell’associazione già  il primo settembre e rimesse a fuoco — con mandato forte alla presidente — da direttivo e giunta tra mercoledì e giovedì. È su questo che si sta lavorando adesso in Viale dell’Astronomia. Ed è questo il documento (made in Confindustria ma «aperto alle altre parti sociali, se lo condivideranno») che «nel più breve tempo possibile» verrà  sottoposto al governo.

Sarà  una sorta di «ultima chiamata». Gli imprenditori, insieme a tutti gli altri attori della scena economica, avevano chiesto a crisi appena esplosa «segnali di discontinuità » in grado di restituire «credibilità  al Paese». Non li hanno visti. «Sì, veniamo da due manovre. Per arrivare al pareggio di bilancio nel 2013 andavano fatte ma — accusa Marcegaglia — la composizione è sbagliata». Perché «per il 70% sono tasse» e in questo modo, ripete, aggraviamo l’altro vero, enorme problema italiano: «Non cresciamo». E, senza crescita, nelle nostre condizioni c’è «il baratro».

Di questa spirale Viale dell’Astronomia «non intende essere complice», per usare un’espressione risuonata più volte nelle ultime riunioni. Le aziende rivedono già  concretamente, nella gestione quotidiana, lo spettro del credit crunch. E non addossano la colpa alle banche, riconosciute a loro volta vittime della «perdita di credibilità  da paralisi politica». Non a caso il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, ribadisce in diretta la «piena vicinanza tra noi e Confindustria». Ma non a caso, ancora, il fronte comune «per la discontinuità  e la crescita» resta potenzialmente ampio: il «manifesto» che Marcegaglia definisce «per l’Italia, non per le imprese» potrebbe essere davvero condiviso dalle altre parti sociali. Almeno in quattro delle cinque «grandi riforme» proposte: «Riduzione della spesa pubblica non più solo con tagli lineari, privatizzazioni, infrastrutture, riforma fiscale che introduca anche una piccola patrimoniale ma abbassi le tasse a chi tiene in piedi il Paese, ossia lavoratori e imprese». Sul quinto — ma cruciale — punto è invece scontato (e a ricordarlo è Susanna Camusso) il no sindacale. Confindustria vuole «una riforma delle pensioni che alzi l’età  in linea con l’Europa» e permetta di «usare i risparmi per abbassare il cuneo fiscale, a partire dai giovani». E qui certo che l’esecutivo sarebbe favorevole. Ha però gioco facile il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, nel rilanciare la palla: «Sarebbe utile un avviso comune tra le parti sociali. Mi sembra abbiano posizioni opposte». Viale dell’Astronomia non si fermerà  per questo. Il «manifesto» la riforma delle pensioni la prevederà . Dopodiché, sull’intera «contromanovra per la crescita», sta al governo. «Se è disponibile a parlare con noi — attacca Marcegaglia — bene. Se invece vuole andare avanti con piccole cose, a non essere più disponibili siamo noi». Brutalmente: «Scindiamo le nostre responsabilità ». Esplicito preavviso di rottura definitiva.


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