«Dopo la notte del pianto spunta l’alba della gioia»

NEW YORK — NEW YORK – Alle sei del mattino i treni della «Subway» che scendono verso la punta di Manhattan, solitamente zeppi di rumori, colori e abbigliamenti improbabili, sono catene di vagoni silenziosi, affollati di uomini con la giacca scura e donne in abito da cerimonia. Col fiocco azzurro dei parenti delle vittime. Dopo i capillari controlli di sicurezza, vanno tutti a riempire il piazzale della cerimonia per il decennale dell’11 settembre, davanti alla nuova torre del World Trade Center. Carmine Anguilletta ha issato un’immagine della figlia Laura in cima a un’asta di legno: «Siamo italiani di Staten Island. Lei aveva 23 anni, lavorava in finanza, alla Cantor Fitzgerald. È rimasta intrappolata al 101esimo piano della torre nord». Henry Torado racconta la storia del figlio, Hector Louis, un pompiere «che quel giorno doveva essere in ferie, ma fu richiamato in servizio». Jennifer Nelson parla con un mesto sorriso del nipote, grande amante della pesca e tiene sul petto una sua immagine incorniciata che lo ritrae mentre, con addosso una tuta gommata, mostra con orgoglio la sua preda, una grossa cernia.
A dieci anni dall’attacco dei terroristi di Al Qaeda la memoria della tragedia resta viva, ma in qualche modo il lutto comincia a essere elaborato, le vicende umane di quelle quasi tremila vittime comincia a incastonarsi nella storia del Paese. Al Pentagono di Washington, a Shanksville, in Pennsylvania e qui, a New York, sabato e ieri sono stati inaugurati i «memorial» ai quali sarà  affidato d’ora in poi il ricordo del momento più tragico della storia americana.
Una ferita che forse comincia a rimarginarsi ma che lascerà  comunque una cicatrice indelebile. Sul palco, prima di iniziare la cerimonia della lettura del nome di tutte le 2983 vittime dei tre attacchi del 2001 e del primo attentato alle Torri, quello del 1993, il sindaco Michael Bloomberg cita Shakespeare per invitare una città  colpita a morte dieci anni fa a «non misurare il dolore con la gravità  di ciò che è accaduto perché altrimenti la sofferenza non avrà  mai fine».
Poi, dopo l’inno americano e dopo aver dispiegato la bandiera a stelle e strisce, strappata e bruciacchiata, recuperata dieci anni fa tra le rovine delle Twin Towers, i parenti cominciano a leggere i nomi delle vittime. Dopo il primo minuto di silenzio, alle 8,46, il momento in cui il primo aereo centrò la torre nord del World Trade Center, tocca a Barack Obama salire sul palco. Non un discorso ma una breve preghiera, la lettura del Salmo 46, Dio «nostro rifugio e nostra forza, l’aiuto insostituibile dei mementi più difficili».
È solo un prologo perché, dopo una giornata di pellegrinaggi — al Pentagono e a Shanksville in Pennsylvania, il luoghi degli altri due attacchi di dieci anni fa, oltre che a Ground Zero — il presidente pronuncia il suo discorso in serata, al Kennedy Center di Washington. Dopo una giornata di raccoglimento in cui si onorano e si piangono le vittime viene il momento dell’orgoglio della fiducia e dell’orgoglio: «Dopo la notte del pianto viene sempre l’alba della gioia» scandisce il presidente con una citazione biblica, dopo aver ascoltato il «Concerto per la Speranza» che ha chiuso la giornata di celebrazioni. Quello di Obama è un inno alla resistenza e alla capacità  di reagire dell’America: «Non ci siamo fatti sconfiggere dalla paura, in 10 anni abbiamo mandato in guerra due milioni di uomini, tutti volontari. Senza mai rinunciare ai nostri principi democratici. E quando discutiamo, quando cerchiamo un equilibrio tra sicurezza e libertà  civili, tra guerra e pace, proprio in quel momento diamo la misura della nostra forza. La forza della democrazia che, con tutti i suoi problemi, riflette le imperfezioni dell’uomo. Ma che resta il sistema più solido e duraturo».
Dopo la seconda pausa, alle 9,03, quando anche la seconda torre fu colpita, tocca all’ex presidente George Bush — accolto da un breve applauso mentre per Obama c’era stato solo silenzio — che sceglie, per il suo messaggio, le parole di un altro presidente: la lettera inviata da Abramo Lincoln a Lydia Bixby, una vedova del Massachusetts che nella Guerra Civile americana perse i suoi cinque figli: «Prego il Padre Celeste perché l’orgoglio per il sacrificio dei suoi figli sull’altare della libertà  prevalga sul dolore per la loro assenza».
Infine è toccato agli altri leader — i governatori dello Stato di New York e del New Jersey, l’ex sindaco Rudy Giuliani — dopo gli altri intervalli silenziosi che hanno ricordato i momenti del crollo delle due torri. Dietro il palco, intanto, placidamente, i familiari hanno cominciato a popolare il giardino di querce, assiepandosi lungo i bordi delle vasche del «memorial» da oggi aperto al pubblico. Tutti intenti, come nel mausoleo di Washington che ricorda le vittime del Vietnam, a ricalcare su fogli di carta i nomi dei loro cari.


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