No della Corte costituzionale tedesca agli eurobond. Sì al fondo salva-stati

 PARIGI. L’euro ha ripreso fiato, ieri, grazie alla sentenza della Corte di Karlsruhe, che ha giudicato legale il primo piano di aiuti alla Grecia, deciso nel 2010. Ma la Corte costituzionale tedesca, a cui aveva fatto ricorso un gruppetto di economisti euro-scettici di una certa età  (tra i 71 e gli 85 anni) esige nella stessa sentenza un rafforzamento del ruolo del parlamento in questo genere di decisioni, che dovranno d’ora in poi essere esaminate dai deputati «caso per caso» quando si tratta di «aiuti di grande importanza», dove la Germania è il principale contribuente.

La conformità  alla Costituzione tedesca del primo piano di aiuti alla Grecia, se evita un crollo drammatico della moneta unica, non toglie però le incognite rispetto al futuro. In forse resta l’approvazione da parte dei vari parlamenti del secondo piano di aiuti alla Grecia, deciso il 21 luglio scorso, mentre da Atene arrivano voci su un debito ormai «fuori controllo». Un gruppo di parlamentari, in Germania, è deciso a menare battaglia contro l’altra decisione del 21 luglio, il rafforzamento del Fondo europeo di stabilità  finanziaria, sul quale anche Mario Draghi ha già  affermato che «non bisogna contare troppo». Karlsruhe, inoltre, ha soffocato sul nascere l’ipotesi degli eurobond: la Corte costituzionale rifiuta la possibilità  di farsi carico del debito degli altri paesi nella zona euro, «soprattutto se legata a conseguenze difficilmente prevedibili». I tedeschi (e con loro gli altri «virtuosi», Austria, Olanda, Finlandia) fanno sapere di non essere disposti a stringere la cinghia per pagare per gli altri, per i paesi-cicala.
Resta allora la «regola aurea». I paesi dell’euro, per sedurre le agenzie di rating, rincorrono la Germania che ha stabilito che dal 2015 il deficit strutturale, al di là  del servizio del debito, non potrà  superare lo 0,35% del pil. Martedì, gli spagnoli hanno scioperato in massa contro la «regola aurea» approvata venerdì scorso dal Congresso, che impone da subito il ritorno all’equilibrio. Anche l’Italia promette una «regola aurea» (già  parzialmente in vigore in Austria e, fuori dall’euro, in Ungheria e Polonia, dove la Costituzione impone addirittura che il debito pubblico non superi il 60%).
In Francia, secondo la portavoce del governo Valérie Pécresse, la determinazione di Sarkozy sarebbe «intatta» per introdurre la «regola aurea» nella Costituzione. Ma le presidenziali si avvicinano. Così Sarkozy, che quest’autunno aveva previsto di convocare il Congresso (Assemblea più Senato), sta facendo marcia indietro, perché non è sicuro di ottenere i tre quinti dei voti, necessari per la modifica della Costituzione. Una bocciatura potrebbe convincere le agenzie di rating a declassare la Francia e a farle perdere il voto AAA. Difatti, il Partito socialista ha fatto sapere che non voterà  la «regola aurea», che mette le briglie alle scelte di politica economica. Sarkozy accusa l’opposizione di essere irresponsabile e di fare promesse elettorali spendaccione. Tra i candidati alle primarie Ps per l’investitura nella corsa all’Eliseo, Ségolène Royal ha affermato che «la regola aurea è un’ottima regola. La farò inscrivere nella Costituzione nel 2012, ma farla votare oggi sarebbe totalmente immorale da parte di un presidente che ha gettato dalla finestra i soldi dei francesi».
Nel frattempo, la Francia cerca 12 miliardi di euro tra tagli al welfare e aumento delle tasse. Le polemiche infuriano: due misure di emergenza (aumento dell’Iva sui parchi di divertimento e soppressione delle detrazioni fiscali sulla vendita delle seconde case) sono state già  ritirate e ieri la discussione era sull’aumento delle tasse per gli alberghi di lusso, nell’attesa della scelta obtorto collo di un’imposta straordinaria sui super-ricchi.
Intanto, la Commissione, dopo lo sfogo di Jean-Claude Trichet della Bce, perde pazienza. Per Bruxelles, non c’è nessun bisogno di perdere tempo e di modificare le costituzioni: l’impegno sui conti in equilibrio è stato ribadito la primavera scorsa con il «patto Europlus». «Basta che lo facciano» afferma il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy. Del resto, l’impegno esisteva già  con Maastricht, ma persino la Germania (e la Francia), quando ha avuto problemi, non lo ha rispettato. Molti economisti mettono in guardia contro gli effetti disastrosi di un’austerità  generalizzata.


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