Obama alla Corte Suprema per la riforma sanitaria

NEW YORK – L’America che non vuole cambiare sfida Barack Obama a colpi di sentenze e leggi. E Barack Obama risponde: a colpi di leggi e sentenze. Dalla sanità  all’immigrazione il presidente si gioca tutto. Tra 13 mesi si vota e i suoi nemici hanno fatto un cavallo di battaglia della pretesa incostituzionalità  della riforma sanitaria. Una ventina di stati hanno sollevato eccezioni e tre corti si sono già  espresse: una difendendola, l’altra attaccandola e l’altra ancora astenendosi. Così il governo ha deciso di andare per le spicce. Investendo direttamente la Corte Suprema.
È un contropiede in piena regola. «Nella nostra storia ci sono state minacce simili ad altre conquiste» sostiene il dipartimento di Giustizia: dall’assistenza sociale ai diritti civili e di voto. «Ma noi crediamo che anche gli assalti alla riforma sanitaria falliranno. E la legge verrà  difesa dalla Corte Suprema». Eppure, sottolinea il New York Times, il calcolo politico dell’operazione è complicato. Una bocciatura sarebbe un colpo durissimo. Ma perfino una vittoria per Obama finirebbe per scatenare di più i poteri forti: che spingerebbero al Congresso i candidati più conservatori per cancellare la riforma.
Dice bene il capo della campagna per la rielezione David Axelrod: «Sarà  un’impresa titanica». L’America è divisa come mai: e su quei temi – sanità , disoccupazione, immigrazione – che toccano le tasche. La riforma sanitaria si è tradotta per i cittadini in aumenti fino al 9%: vedendo diminuire i margini di cresta sul lungo periodo le grandi assicurazioni si sono rifatte sul breve. La disoccupazione ha esacerbato la rabbia verso gli immigrati, accusati di portarsi via il lavoro che non c’è. Qui Obama per la verità  è apparso anche troppo moderato. Aveva promesso ai suoi elettori latinos di sanare milioni di clandestini (in tutto 11 milioni), ma la riforma è rimasta sulla carta. Nel vuoto si sono inseriti gli stati con le loro legislazioni pseudorazziste. E l’amministrazione ha reagito: denunciando prima l’Arizona e poi l’Alabama (ieri un giudice ha bloccato parti di quella legge). E minacciando nuove iniziative. Con Utah, South Carolina, Georgia e Indiana nel mirino salirebbero a sei gli stati contro cui muove Barack. Alzando il prezzo di queste elezioni di tutti contro tutti.


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