Obama e Angela tentano il rilancio manovra americana da 300 miliardi

NEW YORK – Fondo monetario, Federal Reserve, Tesoro Usa: tutti d’accordo ieri nel prevedere un pesante rallentamento della crescita. Contro lo spettro della “recessione bis”, nelle due maggiori potenze occidentali la politica cerca di riprendere l’iniziativa. Stasera Barack Obama lancia il suo piano per l’occupazione, affrontando i potentissimi “venti contrari” del Congresso e dell’opinione pubblica. Angela Merkel lo ha preceduto ieri. Dopo avere incassato il sì della Corte costituzionale sugli aiuti alla Grecia, ma indebolita dalle elezioni locali, la cancelliera ha rivendicato che «l’euro è molto più di una moneta»; ha additato il caso della Svizzera costretta ad agganciare il suo franco per proteggersi dall’eccessiva rivalutazione; ha invocato un cambiamento dei trattati Ue.
I due leader sono nella tempesta. Obama ha generato aspettative alte sul discorso di stasera, decidendo di pronunciarlo a Camere riunite: ci sono solo cinque precedenti dal 1990 a oggi, tre dei quali dopo attacchi terroristici. I sondaggi sono da film dell’orrore: il 60% degli americani boccia la sua gestione dell’economia. Un esperto come Charlie Cook teme che stasera una parte dei telespettatori vedendo il presidente sullo schermo schiaccerà  il pulsante “muto” sul telecomando, talmente la sua autorevolezza è diminuita. Unico spiraglio: il Congresso è ancora più impopolare di lui, su questo Obama può far leva per tentare di forzare la mano all’ostruzionismo repubblicano. «Presidente sii coraggioso, ci vogliono proposte audaci per risollevare l’America e il mondo da questo abisso», invoca l’appello firmato dai parlamentari della sinistra democratica, in testa Nancy Pelosi. La manovra che lui proporrà  stasera, per 300 miliardi di dollari, come dimensione è modesta: vale meno della metà  di quella che varò nel gennaio 2009 per uscire dalla recessione (su quella iniezione di spesa pubblica decisa all’inizio del suo mandato lo stesso presidente non è trionfalista, il massimo che riesce a dirne è che «senza quell’intervento oggi staremmo ancora peggio»). Nelle misure annunciate stasera ci saranno nuovi piani d’investimento in infrastrutture, strade ferrovie aeroporti: hanno il pregio di piacere al Big Business, quelle lobby industriali che la destra non vuole scontentare. Poi ci sono più soldi all’istruzione, sia per gli insegnanti sia per le strutture scolastiche: un cavallo di battaglia della sinistra a cui Obama ha dato tante delusioni. Infine il colpo tatticamente più interessante: rinnovare la riduzione del 2% nell’Irpef trattenuta in busta paga ai dipendenti, e aggiungervi uno sconto identico per i datori di lavoro. Due risultati con un colpo: aiutare il potere d’acquisto dei consumatori che langue; incoraggiare le aziende ad assumere riducendo il “cuneo fiscale” sul costo del lavoro. E un terzo obiettivo, politico: mettere i repubblicani con le spalle al muro, per vedere «se negheranno ai lavoratori dipendenti gli sgravi fiscali che rivendicano per le compagnie petrolifere e gli straricchi» (parola di Obama). Ma la destra che ormai lo ha ribattezzato “il presidente-zero” (zero crescita zero occupazione) è già  partita per la tangente su una linea ultraideologica. Mitt Romney, che pure tra i candidati presidenziali repubblicani è il più moderato, propone di abolire ogni tassa sulle plusvalenze finanziarie, di detassare anche i profitti delle multinazionali Usa realizzati all’estero, di avviare una nuova deregulation a vantaggio delle imprese. Infine promette la guerra protezionista alla Cina. Questo passa per un linguaggio moderato, nella destra americana di oggi. Eppure Romney ha dalla sua un’immagine di modernità , del businessman pragmatico, che può riportare l’America sulla retta via dopo la “sbandata socialista” di Obama. Le tv riprendono con goduria la sua battuta più cattiva: «Obama sta cercando la sua ricetta economica come si cerca un telefono a gettoni. Signor Presidente, i telefoni a gettoni non ci sono più, siamo nell’èra dello smart-phone». Per la verità  la ricetta Romney non è affatto post-moderna: in una lontana campagna elettorale, anno di grazia 1980, George Bush padre ironizzò invano perché il suo rivale Ronald Reagan si affidava alla “economia vudù”. Ma quanti americani hanno nostalgia della magìa nera?
Con Angela Merkel siamo ancora – per la sua strategia e per il suo stile – nell’epoca del telefono a gettoni. Il buonsenso moderato della cancelliera media tra due spinte opposte: i socialdemocratici vorrebbero un balzo in avanti nella costruzione europea, compresi gli eurobond; invece all’elettorato conservatore ripugna l’idea di finanziare a piè di lista il conto salato di decenni di spesa facile da parte delle classi politiche clientelari dell’Europa del Sud. Cambiare i trattati come vuole la Merkel, per introdurre vincoli sovranazionali efficaci sulle politiche di bilancio dei paesi membri dell’euro, è un cantiere dai tempi lunghi. Nell’immediato la sua ricetta non sembra molto più originale di quella di Obama. In comune il democratico di Washington e la democristiana di Berlino hanno margini di consenso ristretti, e una preoccupante assenza di idee veramente nuove.


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