“Dalla parte di tutti i migranti”

VENEZIA. Dopo una valanga di film soprattutto americani, arriva il primo dei tre film italiani in concorso, ed essendo di Emanuele Crialese, Terraferma non può che raccontarci di uno dei tanti drammi che affliggono il nostro paese, di quegli inesorabili eventi che mettono in conflitto la nostra umanità  e i nostri egoismi, la crudeltà  e la vergogna, il cuore e la legge. Pare quasi ovvio fare film su quelli che Crialese si rifiuta di chiamare clandestini, e che per lui sono migranti: ma la difficoltà  è abbandonare la cronaca, lasciar perdere ideologia e politica, sostituire i numeri e le fredde immagini anonime dei telegiornali con una storia, dei volti, delle emozioni, quella verità  che il cinema sa creare molto più delle immagini reali della televisione. Eccoli tutti insieme, nell’angusto spazio di roccia e mare, i diversi, gli sconosciuti: gli isolani, i pescatori che devono guadagnarsi duramente la vita e vorrebbero cambiare mestiere o andarsene via, i turisti che invece arrivano per divertirsi e rappresentano il futuro economico dell’isola, i clandestini che hanno passato l’inferno; secondo la legge del mare dovrebbero essere accolti e invece la legge della politica li respinge, perché chiunque aiuti un clandestino senza denunciarlo commette un reato.
Il vecchio Ernesto e il nipote Filippo, pescatori, avvistano una barca di africani stremati e decidono di portarli a terra: appena arrivati questi fuggono, tranne Sara che sta per partorire e ha con sé un bambino. Non c’è che ospitarli, nasconderli, contro la volontà  di Giulietta, la mamma vedova di Filippo. Nasce una bambina, cui la madre dà  quel nome, Giulietta: ci sarà  un futuro per tutti loro? Isolani, migranti? Crialese è troppo attento per rischiare, lascia che sia lo spettatore a costruirsi un finale personale, lieto o no. Attori veri o improvvisati, sono tutti bravi, da Donatella Finocchiaro, la madre ansiosa, a Timnit T. la bella madre africana, dalla turista Martina Codecasa, al vecchio pescatore, Mimmo Cuticchio.
Grandi applausi spontanei in sala, con un po’ di inevitabile claque patriottica. Dice Crialese: «Raccontare l’Italia di oggi mi pare una impresa quasi impossibile: viviamo nel caos, l’eccesso di eventi e il loro accavallarsi, impedisce di capire, di farsi un’idea di cosa stia davvero succedendo. Questo presente potremo forse ricostruirlo tra una decina d’anni».
Ha scelto questo tema, l’immigrazione, perché l’aveva già  affrontato con “Mondonuovo” o per un suo bisogno di partecipazione, di testimonianza?
«Io sono ossessionato dal movimento, dal viaggio. Il mio personaggio preferito è Ulisse. La storia della civiltà  si è formata attraverso l’esplorazione, il mare, l’approdo in luoghi sconosciuti, di cui non si conosceva neppure l’esistenza. Penso ai Vichingi, a Colombo, a chiunque abbia affrontato l’ignoto per trovare un mondo nuovo. E a 46 anni mi chiedo perché gli africani o altri, non abbiano il diritto come in passato altri popoli, di sfuggire alla sventura, alla miseria, e prendere il mare, e tentare l’avventura, e cercare un futuro. Non si può impedirglielo, perché solo l’intreccio di civiltà  diversi consente l’evolversi della civiltà  stessa».
La ragazza africana del suo film è davvero sbarcata a Lampedusa?
«La sua è una storia che Repubblica ha meravigliosamente raccontato nell’agosto del 2009: Timnit è l’unica donna sopravvissuta, insieme a quattro giovani uomini, di un carico di 78 eritrei ed etiopi ammassati su un gommone partito dalle coste libiche: subito senza benzina, senza acqua, senza cibo, hanno vagato in mare per 21 giorni e altrettante notti; 73 di loro sono morti di stenti, i loro cadaveri gettati in mare. Quando hanno soccorso il gommone, Timnit era morente, ma l’hanno salvata e curata. Oggi vive in Olanda ed è sposata: avrebbe voluto venire a Venezia ma proprio in questi giorni deve partorire, proprio come nel film».
In certi telegiornali si sono visti sulla spiaggia cadaveri di africani spinti dal mare, e attorno turisti che hanno continuato indifferenti a prendere il sole e chiacchierare.
«Io ho deciso di raccontare un’altra umanità , quella in cui credo. Ho chiuso in una palestra per 15 giorni un gruppo di africani e altre persone che dovevano interpretare i turisti. Ho chiesto loro di scambiarsi il ruolo, poi li ho portati sulla spiaggia per girare la scena in cui gli africani stremati si trascinano sulla sabbia e i turisti li avvicinano: è successo qualcosa di straordinario, un incontro vero, pieno di magia e di pathos».


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