Un altro venerdì di proteste. E di morti

  DAMASCO. E’una frase sentita spesso negli ultimi sei mesi di proteste in siria: «Meglio la morte che l’umiliazione» è stato anche lo slogan delle manifestazioni di venerdì. I siriani continuano a scendere in strada a chiedere la caduta del presidente Bashar Al Assad, nonostante il giro di vite della repressione durante il mese di Ramadan. In alcuni cortei si sono sentiti slogan che chiedevano protezione internazionale. Ieri sarebbero 13 le vittime del fuoco della polizia e delle milizie (shabbiha), secondo i comitati di coordinamento locali delle proteste: 8 nei sobborghi di Damasco, 3 a Homs e 2 a Deir Al Zoor.
L’esercito e le forze di sicurezza continuano a essere presenti in molte località  e a condurre operazioni e arresti di massa. Nei giorni scorsi hanno condotto raids in alcuni sobborghi di Hama, teatro di un’operazione militare all’inizio di Ramadan. Homs rimane una delle roccaforti delle proteste e qui grandi cortei sono avvenuti nei quartieri di Bab Amr, Khaldiya e Qosoun, nonostante la presenza delle forze di sicurezza.
Mercoledì Adnan Bakoun, il procuratore generale di Hama, ha annunciato in un video le proprie dimissioni in reazione alle violenze del regime: ha detto che 72 civili sono stati uccisi e circa 400 prigionieri giustiziati a Hama. Le sue dimissioni sono la defezione di più alto rango di cui si abia notizia certa finora in Siria, anche se l’agenzia ufficiale Sana afferma che Bakoun è stato rapito e costretto a tali dichiarazioni.
Amnesty International in un rapporto basato su 88 casi di detenuti morti per tortura dall’inizio delle proteste, tra cui 10 bambini, denuncia violenze sistematiche contro i prigionieri. Secondo la «Coalizione di damasceni liberi per un cambiamento pacifico», migliaia di detenuti sarebbero rinchiusi negli stadi, nelle scuole e in vari edifici pubblici. «Di solito le scuole cominciano qualche giorno dopo Eid (la fine del Ramadan, ndr), quest’anno apriranno 20 giorni dopo perché sono utilizzate come prigioni», afferma Rami, un manifestante di Qaboun, con una figlia di sette anni. Dice che decine di migliaia le persone arrestate in questi mesi: «I manifestanti sono stanchi, la gente vuole tornare a una vita normale, ma anche le forze di sicurezza sono sfiancate. Non vanno in vacanza da mesi», continua Rami. La frammentata opposizione siriana – divisa tra islamisti e secolari, tra chi è in esilio e chi nel paese, e da rancori personali – ha annunciato la formazione di un Consiglio Nazionale Transitorio sull’esempio libico. E’ presieduto da Burhan Ghalioun, professore a Parigi, che ha ammesso (come altri) di non essere stato consultato, in una mossa «forzata» dai giovani insorti.
Ieri in Polonia i 27 stati dell’Unione Europea hanno adottato sanzioni contro il petrolio siriano, misura che colpirà  le entrate del governo derivanti per un terzo dall’export di greggio e potrebbe avere un impatto sulla decisioni della classe imprenditoriale finora in larga parte a sostegno di Assad. L’embargo va in vigore da oggi ma l’Italia, le cui furniture sono già  state colpite dalla crisi libica, ha ottenuto di dilazionare l’effetto delle sanzioni al 15 novembre.


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