Uscire dall’incubo con l’energia pulita

Nella lugubre contabilità  dei disastri causati dalla mano dell’uomo un morto e quattro feriti nel sito di stoccaggio delle scorie radioattive a Marcoule, vicino ad Avignone e al confine italiano, costituiscono un bilancio meno grave delle sei vittime provocate nella stessa giornata di ieri dallo scoppio nella fabbrica di fuochi artificiali a Frosinone, vicino a Roma. E probabilmente in entrambi i casi si tratta di fatalità , incuria, imprudenza. Non c’è dubbio, però, che lo spettro della nube nucleare evoca sempre dubbi e angosce più profonde, richiamando il rischio della catastrofe atomica che incombe – come una maledizione biblica – sulle sorti dell’umanità .
Saranno pure scorie o rifiuti quelli che si sono incendiati e hanno provocato l’esplosione nel sito a sud della Francia. E sarà  pure vero, come si sono affrettati a distinguere i portavoce della lobby d’Oltralpe, che questo è “un incidente industriale” piuttosto che un incidente nucleare. Resta tuttavia la preoccupazione che quando si parla di sostanze radioattive nessuno sa mai bene qual è e quale può essere la portata dell’incidente, quali gli effetti e le conseguenze.
La tragica “lezione” di Fukushima insegna. La prima preoccupazione ricorrente in questi casi è quella di negare, smentire, ridimensionare, rassicurare, tranquillizzare. Eppure, l’esperienza ancora recente del disastro giapponese ammonisce che quando si ha a che fare con i danni prodotti dall’energia atomica le cautele non sono mai troppe, le precauzioni e i controlli non bastano mai.
Ma, al di là  del suo eventuale impatto effettivo sul territorio e sulla salute della popolazione, l'”incidente industriale” di Marcoule ripropone un problema di sicurezza che non riguarda soltanto la Francia o, per la sua vicinanza, l’Italia, bensì l’intera comunità  europea. All’indomani del disastro di Fukushima, molti Paesi – a cominciare dalla ricca e potente Germania – annunciarono un’immediata verifica dei propri impianti, la chiusura di quelli più obsoleti e comunque la riduzione dei loro programmi nucleari o addirittura l’uscita definitiva. È tempo ormai di passare dalle parole ai fatti e anche qui di mantenere gli impegni.
La svolta della “green economy”, a favore dell’energia pulita, non è più rinviabile. Né l’Occidente progredito ed evoluto può legittimamente pretendere dai Paesi emergenti il rispetto dei parametri o degli standard ambientali, se non è in grado di dare il buon esempio adottando un modello di sviluppo virtuoso e sostenibile: cioè compatibile con la sopravvivenza del genere umano. Lo “spread” finanziario fra i titoli di Stato rappresenta senz’altro un valore importante di cui tener conto, ma quello energetico e quello ecologico non sono certamente da meno: altrimenti, si fa dumping, concorrenza sleale.
In questa direzione, il Belpaese può ambire a svolgere un ruolo di orientamento e di guida. Abbiamo il più alto debito pubblico d’Europa, ma abbiamo anche il più grande patrimonio storico e culturale del mondo. E abbiamo, soprattutto, le maggiori risorse naturali e paesaggistiche del Vecchio Continente. A Bruxelles il nostro presidente del Consiglio dovrebbe andare, magari senza sottrarsi ai magistrati che chiedono di ascoltarlo sulle sue vicende giudiziarie personali, non solo per difendere doverosamente i nostri interessi economici, ma anche per rivendicare autorevolmente il primato di un’identità  nazionale che appartiene a tutto il popolo italiano.
La questione energetica, anche per merito del recente referendum contro il nucleare, fa parte integrante di questo discorso. Quella che in passato è stata erroneamente rappresentata come una nostra debolezza, un handicap, un’arretratezza, in realtà  può costituire un punto di forza. E anche un motivo di legittimo orgoglio.
Dentro o fuori i confini dell’Europa, non c’è progresso senza sicurezza. Non c’è sviluppo senza rispetto per la persona umana. Coniata la moneta unica, dobbiamo introdurre ora l’energia unica, fondata sulle fonti pulite, alternative, rinnovabili.


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