Acqua sul fuoco da servizi e investigatori “Nessuna ripresa della propaganda armata”

ROMA – Davvero il Paese è alla vigilia di una nuova stagione della lotta armata? Girate agli apparati della nostra sicurezza nazionale, le parole del ministro del Welfare raccolgono imbarazzati distinguo e qualche significativa informazione che aiuta, forse, a valutarne la sostanza. A cominciare dall’Aisi, la nostra intelligence domestica, dove una fonte di primo livello non usa perifrasi. «Se la domanda è: esistono informazioni specifiche su singoli o sigle che segnalano la ripresa della propaganda armata, allora, la risposta è un rotondo “no”. Queste informazioni non esistono. O, quantomeno, l’Aisi non ne ha trasmesse all’autorità  politica. Se invece la domanda è se esistono, in questo momento, condizioni sociali e di piazza capaci di creare un terreno fertile alla propaganda armata, allora la risposta è “sì”. Ma in questo caso siamo non solo nel campo del buon senso, ma direi pure dell’ovvio. E’ la differenza che passa tra una notizia di intelligence, che al momento non c’è, e un’analisi della fase politica del Paese, che come tale ognuno è libero di valutare».
La musica non cambia se si bussa a porte diverse. Il lavoro più recente del Ros dei Carabinieri, come quello dell’Ucigos (la Polizia di prevenzione), documentano certamente «un incremento significativo» dell’aggressività  dell’area cosiddetta anarco-insurrezionalista, ma nulla che accrediti la possibilità , in tempi brevi, che questa possa diventare bacino di facile reclutamento di organizzazioni clandestine armate. «Quando si parla di precursori della lotta armata – ragiona un alto ufficiale dell’Arma – si fa indubbiamente riferimento a condizioni che oggi possono anche essere rintracciate nel quadro difficilissimo che sta attraversando il Paese. Ma quando dall’analisi si scende nella concretezza di cià³ che puà³ accadere di qui ai prossimi mesi, gli indicatori, sotto il profilo della prevenzione e dell’indagine sono altri. Faccio qualche esempio: la produzione ideologica, la scoperta di rapine di autofinanziamento, la rivendicazione di atti di violenza politica non di piazza, ma che alla piazza devono parlare. Ecco, questo quadro oggi è assente. E questo fa prevedere con ragionevole certezza che non siamo in una situazione in cui un’area di disagio sociale è pronta a passare armi e bagagli alla clandestinità  armata. Quantomeno in tempi brevi».
La cronaca giudiziaria testimonia che l’ultimo capitolo della lotta armata data il 2009. Quando le indagini della Digos e della Procura di Roma smantellarono “Per il Comunismo – Brigate Rosse”, struttura numericamente modesta e anagraficamente avanti con gli anni (gli arrestati furono Luigi Fallico, Bruno Bellomonte, Gianfranco Zoja, Riccardo Porcile, Bernardino Vincenzi, Manolo Morlacchi, Costantino Virgilio), che aveva deciso di rivendicare a sé l’eredità  brigatista, firmando, il 20 settembre 2006, un attentato a colpi di mortaio artigianale alla caserma “Vannucchi” di Livorno, la casa dei paracadutisti della Folgore. A quella sigla e ai suoi militanti (Zoja e Porcile sono accusati di essere gli autori materiali dell’attentato di Livorno) si sta celebrando a Roma il processo di primo grado. Ma già  in quell’esperienza «terminale» della follia armata – come le indagini prima e il dibattimento poi hanno documentato – era scritto l’isolamento politico degli epigoni brigatisti. Nelle risoluzioni strategiche di “Per il Comunismo – Brigate Rosse” si vagheggiava di una «avanguardia armata» di soli «generali», che prescinde «dall’organizzazione delle masse sul terreno». «Una condizione – chiosa una fonte qualificata della Polizia di prevenzione (che per altro continua a condurre indagini su cià³ che potrebbe ancora essere rimasto in piedi di “Per il comunismo – Brigate Rosse” – che in qualche modo non ci risulta si sia modificata». E che dunque vedrebbe ancora oggi gli ultimi teorici della lotta armata sostanzialmente privi di esercito.


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